In ostaggio

Ore 22.00. Finalmente il turno era finito. Vittoria non riusciva proprio ad abituarsi all’ultimo turno. Era anche inverno, era buio e quella sera un nebbione fitto era calato sulla città, tanto che la ragazza temeva di non riuscire a ritrovare la sua macchina nel parcheggio.

Ciliegina sulla torta, poco prima che lei chiudesse la cassa era arrivato un messaggio dalla direzione in cui le si chiedeva di uscire dalla parte posteriore del negozio: quella notte sarebbero cominciati dei lavori sulla strada principale su cui affacciavano le vetrine e il passaggio, persino quello pedonale, era assolutamente vietato.

“Perfetto, così dovrò fare il giro da quel vicolo che mi piace tanto, al buio e con la nebbia! Che altro potrebbe capitarmi stasera?” si era detta Vittoria chiudendo a chiave la porta.

Si tirò su il bavero del cappotto, si strinse bene le braccia intorno al corpo, sia per farsi coraggio che per ripararsi dal freddo, respirò a fondo e si apprestò ad affrontare il vicolo stretto e buio che nemmeno di giorno la rassicurava.

Ogni passo che faceva la avvicinava alla macchina e lei cercava di scacciare dalla sua mente i pensieri cupi che le si affollavano in testa, disattivandoli con i programmi per il fine settimana che avrebbe trascorso con il suo ragazzo.

Lui le aveva detto che aveva organizzato qualcosa di speciale, avrebbero festeggiato il secondo anno insieme.

La sua fantasia volava: una cenetta romantica, magari una fuga altrettanto romantica in una città lì vicino… certo, non le aveva detto di preparare i bagagli, ma, conoscendolo, era capace di presentarsi a casa sua l’indomani mattina e dirle che aveva dieci minuti di tempo per preparare una valigetta.

Era un lato del suo carattere che Vittoria non aveva ancora capito se adorasse o detestasse, forse dipendeva dai giorni in cui capitavano le sorprese!

Era assorta in questi pensieri, quando due figure sbucarono fuori dal nulla e le furono subito addosso. Vittoria non fece in tempo a reagire, né tantomeno a guardarli in faccia, le sembrò di vedere dei cappucci.

Una delle due figure le immobilizzò le braccia da dietro, l’altra le chiuse la bocca con del nastro adesivo e, subito dopo, le fece calare un sacchetto nero in testa. Vittoria si dimenava come un’ossessa, tirando calci all’impazzata.

Le arrivò uno schiaffo in piena faccia e si sentì dire piano all’orecchio, con una voce di donna: «Ora, puttanella, fai la brava e cerca di calmarti. Tu verrai con noi e, se sarai collaborativa, non ti succederà nulla di male. Fai un cenno con la testa se hai capito».

Vittoria trovò la forza per annuire con la testa, amplificando bene i movimenti, temendo che, se a causa del sacchetto in testa non avessero colto il cenno, le sarebbe arrivato un altro schiaffo. La guancia le bruciava terribilmente, voleva a tutti i costi evitare di ripetere l’esperienza.

Il cenno fu colto, quindi la fecero camminare in avanti.

Vittoria aveva tutti i sensi amplificati, cercava di cogliere ogni rumore, ogni odore. Le parve di riconoscere un profumo che conosceva, ma non riuscì a ricordare dove l’avesse già sentito.

Era terrorizzata, tremava da capo a piedi e si rese conto che stava piangendo.

Udì il suono di una apertura di un’auto. E una volta che l’avessero fatta salire in macchina, che ne sarebbe stato di lei?

Le si prospettarono davanti gli scenari più atroci, e nemmeno uno col lieto fine.

Ripensò ai programmi per il suo fine settimana e le sembrarono lontanissimi, come se quei pochi minuti avessero stravolto la sua vita: e probabilmente era proprio così.

La buttarono in macchina senza molti complimenti, come un sacco di patate. Poi qualcuno si sedette accanto a lei, le prese le braccia e le strinse qualcosa di rigido e tagliente attorno ai polsi.

Sembrava plastica dura, forse fascette da elettricista… e da serial killer.

Le tolsero il sacchetto dalla testa e le sembrò di rinascere, almeno riusciva a respirare. Si guardò un attimo intorno, ma l’auto era completamente al buio e, mentre cercava di abituare i suoi occhi all’oscurità, le venne messa una benda sugli occhi, togliendole ogni speranza di cogliere qualche particolare che le permettesse di capire cosa stesse accadendo.

L’auto si mise in moto, Vittoria si sentiva sempre più spaventata e disperata. Nessuno quella sera l’avrebbe cercata, il suo ragazzo era fuori per lavoro e lei, da stupida, aveva detto alle amiche che si sarebbe presa la serata per lei, per prepararsi al weekend romantico.

Le venne in mente che era stato il suo ragazzo a suggerirle l’idea. Quanto si sarebbe sentito in colpa, appena avesse scoperto cosa le era capitato? All’idea di non rivedere più Marco si sentì ancora più disperata e spaventata: avrebbe voluto urlare a squarciagola il suo nome, che lui la sentisse, ovunque fosse, e corresse a salvarla.

Il viaggio in macchina le sembrò interminabile, aveva cercato di cogliere qualche rumore che le permettesse di capire dove si stessero dirigendo, ma l’unica informazione che era riuscita a registrare era che l’ultimo tratto percorso era su una strada sconnessa, probabilmente uno sterrato.

Quindi erano usciti dalla città, forse per quello non aveva sentito alcun rumore.

La macchina si fermò, sentì aprirsi uno sportello, poi una folata di aria fredda la investì, avevano aperto anche quello dalla sua parte.

Venne tirata giù a forza, si sentì come un fantoccio e si scoprì a pensare: “Se non temessi per la mia vita, questa situazione potrebbe persino essere eccitante!”, dandosi subito dopo della pazza ad avere questi pensieri: colpa dello shock, forse? 

Fu trascinata su della ghiaia, forse un sentiero, per pochi metri. La sorreggevano entrambi, era convinta che uno fosse un uomo, sentiva una mano più grande e una stretta più forte sul braccio sinistro.

A un tratto si fermarono, la donna lasciò la presa e la sentì avanzare sulla ghiaia, scendere dei gradini e inserire una chiave in una serratura, dando parecchie mandate.

Le ginocchia le cedettero per la paura, l’uomo la strattonò con vigore, senza dirle una parola.

A questo punto si sentì sollevata di peso, lui se la mise in spalla senza alcuna fatica e avanzarono nel freddo della notte.

Scesero anche loro dei gradini e un odore di umido la investì in pieno: erano in una cantina.

Sarebbe stato il luogo della sua prigionia? Ma perché mai avrebbero dovuto rapirla? Non era ricca di famiglia, di sicuro non potevano sperare in un riscatto.

Il suo cervello non riusciva a fermarsi, pensieri sconnessi si accavallavano senza sosta, mentre ondeggiava sulla spalla del suo rapitore.

Venne scaricata su una superficie appena appena morbida, forse un materassino sottile. Nonostante le mani legate dietro la schiena, Vittoria cercò di tastare la superficie su cui l’avevano posata.

Sentì un tessuto liscio e morbido, con delle impunture: era un materassino, ma non sembrava certo di fortuna: il poco che poté esplorare non presentava buchi o strappi, né sentiva particolare odore di stantio o di muffa.

Le sue dita registrarono il freddo e l’umido che il tessuto aveva assorbito, non era stato messo lì apposta per tenere lei, quindi era un complemento dell’arredo della cantina.

Che razza di posto era mai quello? Sentì la donna parlottare con l’altro.

Non riuscì a cogliere nemmeno una sillaba, il cuore le batteva talmente forte che percepiva solo i battiti nelle sue orecchie, era paralizzata dalla paura.

Avrebbe voluto farsi piccola piccola, sparire dalla loro vista, che si dimenticassero di lei, che se ne tornassero da dove erano venuti.

Invece non accadde, dopo un tempo imprecisato sentì i passi dei due che si avvicinavano e la sollevavano in malo modo.

Si sentì tenere per le braccia dall’uomo che, con un gesto preciso, le tagliò le fascette ai polsi.

Vittoria temeva che non fosse un segnale positivo, ma che la sua situazione sarebbe ulteriormente peggiorata.

Lui non lasciò la presa alle braccia, ma la trascinò per un tratto. Si rese conto di essere senza scarpe, chissà dove le aveva perse e se mai avrebbe potuto indossarne ancora. Sentì il freddo del pavimento attraverso i suoi collant e le sembrò che questo freddo la pervadesse tutta.

La fecero fermare all’improvviso, come se avesse raggiunto una posizione prestabilita. La donna lasciò nuovamente la presa e Vittoria, dopo qualche istante, sentì i tacchi della donna sul pavimento di pietra che si allontanavano di poco e si fermavano subito.

La udì armeggiare con qualcosa, nonostante i suoi sforzi non riuscì a capire cosa potesse essere.

E poi il sangue le si gelò nelle vene: udì distintamente il rumore di corde che scorrevano su una superficie metallica.

Cosa avevano intenzione di farle quei due? Lui le alzò il braccio destro e glielo tenne sollevato. Una corda ruvida le avvolse il polso e poi si sentì tirare ancora di più verso l’alto. Adesso toccava al sinistro.

I suoi piedi, ora, toccavano il pavimento appena appena, giusto con le punte.

Mentre le giravano intorno per appenderla, la benda le calò dagli occhi, il minimo che le permettesse di dare uno sguardo all’ambiente.

Dopo qualche secondo per abituare gli occhi, Vittoria cercò di cogliere più particolari possibili di ciò che la circondava.

Davanti a lei una parete scrostata, l’intonaco era caduto in diversi punti, rivelando delle pietre miste a mattoni. Una finestrella in alto era l’unica apertura oltre alla porta di legno scuro.

La luce proveniva dall’alto, era un neon che aveva passato momenti migliori e ora dava una luce fioca e intermittente, come se si dovesse spegnere da un momento all’altro.

Vide il materassino basso su cui era stata buttata poco prima e, guardando in alto, si rese conto di essere legata con corde di canapa a dei tubi arrugginiti che passavano lungo tutto il soffitto. Alla sua sinistra intravide una larga mensola con sacchetti di varie misure, tutti di seta nera, allineati in ordine.

Cosa potevano contenere? Accanto ai sacchetti c’erano altri oggetti, ma non riuscì a distinguerli. Cercò poi di girarsi verso destra per studiare anche quel lato, ma non fece in tempo: la donna le rivolse di nuovo la parola, stavolta a voce più alta, con un tono sprezzante e beffardo: «Che fai, puttana curiosa, ti guardi in giro? Questo ti costerà caro, sappilo» e arrivò un altro schiaffo.

Vittoria non reagì, non poteva fare nulla, era in balia di quei due. Doveva cercare di portare a casa la pelle, avrebbe obbedito agli ordini di quella donna tremenda, sperando che fosse sufficiente.

Avrebbe voluto toccarsi la guancia indolenzita, si rese conto che era stata più la sorpresa che il dolore dello schiaffo a colpirla.

Avrebbe potuto darglielo molto più forte: non voleva farle troppo male, o voleva mantenerla in vita di più, per torturarla più a lungo?

I suoi pensieri furono interrotti bruscamente. La donna le stringeva il viso con una mano e aveva ricominciato a parlarle:

«Ora ti spiego che succede, troietta. L’uomo che senti alle tue spalle ha deciso che vuole giocare con te, per questo sei qui. Tu fai la brava e vedrai che ti divertirai pure.

Prova a ribellarti e ci divertiremo solo noi. Ora ti preparo per lui. E visto che sei solo una puttana, non sei degna di ascoltare la sua voce.

Lui mi indicherà cosa vuole che io ti faccia. Tu non saprai chi ti fa cosa, sarai il nostro giocattolo per tutto il tempo in cui vorremo usarti. Fammi un cenno con la testa se hai capito».

Vittoria annuì col capo e, prima che potesse rendersi conto di cosa le spesse capitando, sentì strappare dalla bocca il nastro adesivo e le labbra della donna sulle sue.

La lingua entrò con prepotenza a cercare la sua, la ragazza si stupì della paura che lasciava spazio all’eccitazione. Rispose al bacio, ma la donna si staccò subito da lei, morsicandole il labbro, lasciandole in bocca il sapore del suo sangue e ritappandole subito la bocca col nastro adesivo.

Chi poteva essere quell’uomo che voleva giocare con lei? La sua mente vagava impazzita, come una pallina in un flipper. Cosa aveva intenzione di farle? E come avrebbe fatto a comunicare con quella stronza senza parlare?

L’ultimo pensiero che le si presentò alla mente la stupì molto: chissà se il bacio tra loro due lo aveva fatto eccitare, e se glielo aveva ordinato lui, di baciarla in modo così passionale.

Vittoria non si capacitava di quello che le stava accadendo: si stava eccitando anche lei, nonostante si trovasse in una situazione di estremo pericolo, o forse era la situazione stessa che la eccitava?

Certo, era una sua fantasia, di cui era riuscita a parlare a Marco non molto tempo prima, quando avevano raggiunto il giusto livello di complicità,  ma addirittura eccitarsi le pareva un po’ eccessivo.

In quell’istante sentì due mani che le prendevano la camicetta e gliela strappavano, facendole saltare tutti i bottoni. I capezzoli le si indurirono all’improvviso, e non solo per il freddo.

La gonna le fu sfilata con un movimento rude, senza alcuna cura. Ora era in reggiseno, mutandine e collant. Si sentiva ancora più indifesa, il freddo penetrava sempre più in profondo, le braccia cominciavano a darle fastidio e faticava a stare in piedi sulle punte.

Un oggetto freddo e sottile posato tra i seni la riscosse: udì il rumore delle lame che tagliavano il suo reggiseno. Smise di respirare e rimase immobile, in attesa del passo successivo.

I collant le vennero strappati senza pietà e rimase solo con addosso le sue mutandine. Sentì la lama delle forbici percorrere il suo addome e fermarsi sul pube. All’altezza del monte di Venere la lama si aprì e tagliò.

Un altro taglio sul fianco e gli slip caddero a terra.

Un brivido percorse il corpo di Vittoria. E ora che sarebbe successo?

Continua…

Agenzia per cuori solitari

Dopo l’ultimo fallimentare appuntamento, Ilaria telefonò a Lorena, con un diavolo per capello. Lei la lasciò sfogare per qualche minuto, poi, appena riuscì a interrompere l’amica, le disse:
«Forse, tesoro, devi cambiare il tuo terreno di caccia. Basta social, basta Tinder, lì trovi solo storie da una botta e via».

Ilaria non poteva darle torto, i suoi ultimi appuntamenti erano stati uno peggio dell’altro.
Si rese conto che Lorena aveva ricominciato a parlare.

«Pensa che l’altro giorno ho visto la pubblicità di un’agenzia…»
«Che agenzia? Matrimoniale?» la interruppe Ilaria sghignazzando.
«Beh, non si chiamano più così, ma la sostanza è quella»

Ilaria non credeva alle sue orecchie: «Spero tu stia scherzando, Lorena. Sono messa così male da non riuscire a trovarmi un uomo da sola?»
«Non ho detto questo. Vero è che gli ultimi che hai raccattato non si sarebbero certo potuti candidare al concorso di “Uomo affidabile dell’anno”. Vedila così: se un uomo investe del denaro in una ricerca del genere, di sicuro non è a caccia di storie di letto e basta. Vuole una relazione seria e duratura. Poi tu puoi parlare chiaro con l’agenzia sulle caratteristiche del tuo uomo ideale. E non ultimo, qui sei sicura che non trovi uomini sposati».
«Sì, in effetti su questo punto hai ragione: stavo diventando una specialista in quello. Mi sembra triste, però, poco romantico. E non sarà certo a buon mercato». «Ti propongo un compromesso. Vai a sentire che tipo di servizio ti offrono e a che prezzo, senza impegno. Poi decidi con calma. Ti accompagno io, se vuoi.»

Ilaria prese in considerazione i pro e i contro di quella proposta, ma sentiva già la curiosità che stava salendo in lei.
«Certo che mi accompagni, mi sembra il minimo! Facciamo anche questo tentativo, forza. Meglio rimorsi che rimpianti, diceva sempre mia nonna, e credo avesse ragione».

Se c’era un aspetto di Ilaria che piaceva a Lorena, era il suo buttarsi a capofitto nelle nuove esperienze, con vivacità e curiosità, riuscendo a trovare qualcosa di positivo in ciascuna di esse, per quanto negative potessero essere.

Quindi si attivarono all’istante e in poco tempo ottennero un appuntamento in agenzia per il martedì successivo.

Ilaria era curiosissima e anche molto felice di avere Lorena accanto a lei.

Si preparò con cura, immaginava le avrebbero scattato una foto da mostrare ai suoi pretendenti, e non vedeva l’ora di vedere delle foto anche lei.
L’agenzia si trovava non lontano da casa sua, in uno stabile decoroso, in pieno stile anni ’80, con parecchi uffici, a giudicare dai nomi sul citofono.
Le accolse una ragazza molto cordiale e affabile, che mise le due a loro agio, anche se in generale non era difficile per loro, che facevano in fretta a entrare in confidenza con le persone e a guadagnarsi le simpatie altrui.
Vennero fatte accomodare in un ufficio che deluse molto Ilaria: si aspettava tutto l’arredamento sulle nuances del rosa, dalla moquette al divanetto, quel rosa che ti procura delle immediate carie, da tanto è confettoso.
Invece si trattava di uno studio molto professionale e serio, che poteva essere di un commercialista o di un avvocato, tutti sui toni del nero e del marrone. Alle due amiche sembrò di essere state catapultate indietro di qualche decennio: nemmeno un pc, né una stampante, niente di tecnologico, insomma.
Sulla scrivania c’era un raccoglitore di cartoncino rosso (rosso cupo, certo non rosso acceso, troppo vivace!) da cui spuntavano dei moduli da compilare: niente cervellone elettronico, quindi, che avrebbe inserito i dati ed elaborato un algoritmo corrispondente al suo principe azzurro… peccato!

Ilaria era sempre più delusa, ma aveva deciso che avrebbe mantenuto un atteggiamento positivo, quindi si preparò al colloquio senza pregiudizi o chiusure.
La procedura si rivelò una bella chiacchierata con Lucia, la psicologa dell’agenzia, che prendeva nota di ciò che diceva Ilaria e che aggiungeva Lorena, soprattutto sulle caratteristiche del suo uomo ideale.
Quelle fisiche si limitarono a una: alto!
Per Ilaria era un aspetto fondamentale; trovava irresistibile doversi alzare sulle punte per baciare il suo uomo e altrettanto irresistibile perdersi in un abbraccio con un uomo alto: le trasmetteva un profondo senso di sicurezza.
Le altre caratteristiche erano più articolate.
Ilaria cercava un uomo colto, vivace, spiritoso, che la stimolasse, le tenesse testa,  e, soprattutto, riuscisse a tenere il passo con lei e con il suo frenetico ritmo di vita. Lucia continuava a prendere appunti e ad annuire.
Ilaria sperò che quel gesto stesse a significare che ci fosse una pletora di iscritti al servizio che possedevano tutte quelle caratteristiche e che, soprattutto, smaniavano di avere un appuntamento con lei.
Lucia le disse che c’erano molti iscritti al servizio, più uomini che donne, a dire il vero, e che, se si fosse iscritta, loro avrebbero cominciato a cercare tra i vari candidati quelli che più si avvicinavano al tipo di uomo che stava cercando. Non avrebbe visto alcuna foto, non era una procedura della loro agenzia. Loro le avrebbero sottoposto dei contatti e, se lei fosse stata interessata, li avrebbero messi in contatto.
Arrivarono poi al nodo spinoso del costo del servizio, Ilaria davvero non sapeva cosa aspettarsi, ma la cifra che Lucia le prospettò per un anno di abbonamento non era poi così proibitiva.

Lei e Lorena si guardarono per un attimo, l’amica aveva dipinta sul volto un’espressione ottimista e fiduciosa, che diede a Ilaria l’ultima spintarella che le occorreva per buttarsi in questa nuova avventura.

Espletarono le formalità burocratiche e nel frattempo Ilaria pensava che avrebbe avuto un sacco di primi appuntamenti in cui sfoggiare le sue innumerevoli scarpe col tacco.

E ora dopo otto mesi da quel martedì pomeriggio, era giunto il momento di un bilancio di una serie di primi appuntamenti, che evidentemente non erano sfociati in un secondo appuntamento.

Ilaria stappò una bottiglia di prosecco ghiacciato e riempì due bicchieri, senza alcol lei e Lorena non sarebbero riuscite ad affrontare un’operazione del genere, e si accinsero a passare in rassegna, o meglio sotto le forche caudine, i casi disperati che le erano capitati.

«Ilaria, se penso che ti ci ho messo io in questa situazione…»
L’amica la guardò con affetto e ridacchiando le rispose: «Non ti preoccupare Lorena, in fondo mi sono divertita e poi devi guardare i lati positivi della questione. E nota che ho usato il plurale».
«In effetti l’ho notato. Sei davvero la persona più ottimista che io conosca. Solo tu potevi trovare non uno, ma più lati positivi in otto mesi di disastrosi appuntamenti! Ora però sono curiosa di sapere quali siano».

Ilaria bevve un po’ di vino e disse: «Ah no, i lati positivi a fine rassegna e, mi auguro, a fine bottiglia! Dobbiamo essere belle alticce per quelli».

«Bando agli indugi, allora! Voglio la carrellata completa di tutti i tuoi improponibili primi appuntamenti, in ordine cronologico, mi raccomando».

«Giusto, non vorrei te ne fossi perso qualcuno!»

Ilaria riempì di nuovo i bicchieri, assunse un atteggiamento teatrale, bevve un generoso sorso di vino, poi cominciò la rassegna.

«Signore e signori, iniziamo dal maleducato pentito. Appuntamento in piazza alle 19, un acquazzone pazzesco, io avevo deciso che, per farmi riconoscere, avrei avuto in mano un libro: mi sembrava molto romantico. Lui arriva, è carino, anche se non da togliere il fiato, e ci rifugiamo in un bar sotto i portici a bere un aperitivo. Chiacchierata piacevole, smette di piovere e gli propongo un giretto per il centro. Lui guarda l’orologio e mi dice: “Beh, io a dire il vero ho un appuntamento con gli amici alle 9. Se non ti fa niente ti porterei a casa”. Io incasso con classe, l’indomani chiamo l’agenzia e gliene dico di tutti i colori sulla maleducazione del soggetto».

Lorena intervenne: «Non è lui che ogni tanto ti scrive ancora per chiederti di uscire?»
«Certo, per quello l’ho soprannominato il maleducato… pentito».
«Sì, un maleducato fatto e finito. Però il mio preferito è l’Inquisitore…»
«Ah sì, poesia pura quella. Prima della fine della serata mi aveva detto che ero troppo vecchia per lui e che non sopportava le donne coi tacchi, le sue donne dovevano mettersi solo ballerine. Però mentre mi portava a casa mi ha proposto una sveltina in un parcheggio… e meno male che non ero il suo tipo!»
Lorena stava ridacchiando di gusto sulle disgrazie amorose dell’amica, ma lei le raccontava con tanta ironia che davvero era impossibile non sghignazzare!
«Poi aspetta… c’è stato il nanetto…»
Lorena la guardò con aria interrogativa: «Il nanetto non me lo ricordo proprio, forse ho rimosso».
«Ma sì, è arrivato all’appuntamento con un macchinone esagerato, poi quando è sceso dalla macchina mi è venuta voglia di controllare se avesse avuto sul sedile l’alza bimbo di sicurezza. Meno male che avevo detto all’agenzia che volevo un uomo alto, lui era più basso di me, anche senza tacchi».
«Certo, adesso mi ricordo! Ma non aveva pure i capelli tinti?» la interruppe Lorena.
«Sì, e io avevo le scarpe talmente alte che ho passato tutta la serata a controllare se avesse o meno qualche segno della ricrescita! Una delle uscite peggiori, decisamente. Lui gentile, per carità, ma io proprio non ce la potevo fare».

Era ora del terzo bicchiere, che spazzasse via i ricordi di quelle brutte serate.

Ilaria, in un momento di silenzio, scoppiò a ridere da sola.
«Dai, chi ti è venuto in mente? Racconta» colse al volo l’amica.
«L’uomo dei tic! Serata allucinante, lui aveva questi tic evidentissimi che non riusciva a evitare di ripetere continuamente. Si toccava il petto, poi il polso, poi alzava le spalle. Io mi stavo agitando tantissimo, mi sono fatta accompagnare a casa più in fretta possibile e, una volta a letto, ho preso in mano il cellulare e ho scoperto che, probabilmente, mi aveva pure bloccato. Come se avessi avuto una qualche intenzione di contattarlo di nuovo… mi sono dovuta prendere uno ansiolitico per dormire!»

«Ma con qualcuno sei riuscita ad arrivare al secondo appuntamento?»

Ilaria ci pensò un attimo e poi rispose: «Certo, con uno sono uscita due volte. La prima mi era sembrato carino e abbastanza interessante, anche se spesso parlava in dialetto e io gli dovevo chiedere di tradurre. La seconda sera non avevamo già più nulla da dirci, quindi abbiamo convenuto che forse era meglio chiudere lì. Lui è stato carino, però, non posso farlo a fettine, uffa».

«Anche perché, se non ricordo male, eri in centro con lui quando hai incontrato il tuo ex con un’altra, e si è dimostrato all’altezza».
«È vero, quasi me lo scordavo! Prima mi ha chiesto se avessi voluto andare a salutarlo, poi quando ha visto la mia faccia, mi ha detto: “Allora ti prendo a braccetto e li superiamo, così lo facciamo morire di gelosia!” e io quella sera avevo su un vestito che mi faceva un culo da favola… che soddisfazione!»

Rimasero un attimo in silenzio a finire il loro vino, ripensando alle chiacchiere della serata.
Lorena a un certo punto si riscosse: «Guarda che non mi sono dimenticata la tua promessa. Mi devi svelare i lati positivi della situazione in cui ti ho cacciato».
Ilaria prese in mano la bottiglia e vide che mancava proprio poco per finirla. Divise il rimanente vino nei due bicchieri, si schiarì la voce e disse:

«Giusto, ogni promessa è debito. Ora la mia saggezza ti stupirà. Punto primo: ho scroccato svariati aperitivi e cenette, sfoggiando le mie bellissime scarpe e comprandomene pure di nuove in qualche occasione. Punto secondo: stasera mi sono divertita un mondo a fare a fettine insieme a te i maschietti che mi sono capitati tra le grinfie e non sono sopravvissuti. Punto terzo: mancano ancora quattro mesi alla fine dell’abbonamento, chissà che non possa essere fortunata sul finale. Punto quarto, fondamentale: una volta tanto posso prendermela con qualcuno che non sia io stessa per la scelta del candidato».

E la serata si concluse con una sonora risata di tutte e due le amiche, che si abbracciarono forte, sempre più convinte che i fidanzati e i mariti arrivano e se ne vanno, ma le amiche, quelle vere, rimangono accanto a te per sempre.

#distantimauniti3

Sei qui, sei tornato e finalmente possiamo organizzarci per vederci! Dopo più di un anno che ci conosciamo ormai, ho ben chiare le tue esigenze famigliari e i tuoi No… quindi prendo in affitto un monolocale poco distante da casa tua.

È settembre, è domenica e non lavoro, possiamo concederci un’improvvisata e, visto che entrambi siamo liberi, arrivo da te con un giorno d’anticipo. Come descrivere un’emozione così… rivedersi dopo più di tre mesi. Tremo e il cuore batte fortissimo, per tutto il tempo che sono in auto sorrido e cerco di immaginare come sarà… parcheggio… corro su per le scale e non vedo l’ora di stare tra le tue braccia. Apri il portoncino e boom.. quei tre mesi sono spariti in un secondo. Appoggio la sacca e sono lì con te di nuovo, non mi sembra vero.

I tuoi occhi azzurri, i tuoi capelli ricci e profumati, la tua pelle abbronzata e liscia, che meraviglia. Ci guardiamo, annusiamo, baciamo e senza quasi parlare siamo nudi di tutto, dei vestiti e di quegli strati che indossiamo quando siamo con gli altri. Soli e nudi con i nostri desideri da esprimere… finalmente le nostre mani si sfiorano, il cuore sussulta e possiamo avvinghiarci l’uno all’altra. I baci, quei baci che ho tanto desiderato in questi mesi, sono di nuovo miei… posso leccarti le labbra, succhiartele e mordicchiarle, mentre ci esploriamo con le nostre lingue. Infilo le mie dita in mezzo a quel turbinio per farti aprire la bocca e riempirti con la mia saliva…. tremi e gemi di piacere… io sono bagnata e ti desidero. Senza troppi convenevoli, ti spingi dentro di me e ti muovi con vigore, poi ti fermi e trascinandomi sul bordo del letto, metti la testa tra le mie gambe, con la lingua morbida e delicata stimoli il mio piacere, ti muovi sul mio clitoride facendolo gonfiare, sono così bagnata che puoi infilare le dita dove vuoi e te lo lascio fare, così senza freni e inibizioni posso inondarti la bocca con un orgasmo e squirt che ti fanno godere e tremare. Con la bocca piena di me mi baci e lasci colare tutto sulla mia faccia. Ti giro e mi metto sopra di te, voglio morderti, ne ho bisogno, sto impazzendo. Mi siedo sul tuo pene gonfio, sentirti dentro di me mi riempie e soddisfa, mentre ti ho dentro gioco con i tuoi capezzoli dritti e turgidi per poi morderti e farti urlare. Quanto amo i tuoi gemiti, allungo una mano alla tua bocca riempiendo bene le dita di saliva, con le dita colme ti accarezzo le palle fino a stimolare il tuo culetto, mi spingo un po’ dentro di te e credi di impazzire. Mi muovo su e giù sul tuo pene che sembra voglia esplodere mentre con le dita sono dentro di te, vieni in un orgasmo traboccante, entrambi tremanti e ansimanti restiamo lì ad ascoltare i nostri corpi, i nostri respiri, i battiti che esplodono nel petto.

Sotto l’acqua della doccia ci coccoliamo, lavandoci a vicenda, i nostri occhi non smettono di cercarsi, chiacchieriamo. Puliti e profumati torniamo a letto e finalmente dopo tanta attesa, posso accoccolarmi nuda tra le tue braccia.

È mattina e il primo a svegliarsi è lui… con un erezione diritta e sicura. Stando abbracciati a cucchiaio, puoi dolcemente svegliarmi infilandoti dentro di me… mentre mi baci la schiena. Sai quanto amo svegliarci così, ma stiamo poco in quella posizione, voglio farti impazzire, voglio essere io a stare dentro di te. Invertendoci i ruoli, ti metto a pancia in giù, e alzando il bacino mi lasci accesso al tuo dolce culetto, giocandoci piano lo bagno con tanta saliva e le mie dita entrano ad esplorarti, con l’altra mano masturbandoti sento quanto il tuo pene si gonfi ad ogni colpo che ti infliggo. sentirti godere, tremando mi fa bagnare all’inverosimile, voglio averti nella mia bocca, ho bisogno del tuo sapore sulle mie labbra… mi sdraio sotto di te, per succhiartelo mentre con le dita resto lì dentro di te, vieni riempiendomi la bocca, con un orgasmo che ti lascia senza fiato. Poco dopo scendi a prenderti cura di me, sono fradicia, poter fare con te tutto ciò che voglio toglie ogni barriera. Mi fai scoppiare il clitoride fino ad esplodere in un orgasmo che mi fa urlare e strizzare le dita sulle lenzuola. Suona la sveglia, non abbiamo molto tempo… la giornata ha inizio e i tuoi impegni chiamano!

Quella sera, possiamo stare insieme ancora, mi raggiungi, ti sdrai accanto a me sul letto e mentre parliamo tra un bacio e l’altro ti spoglio. Mi piace la tua pelle, il tuo profumo e i brividi che sento standoti vicina, sono ormai una droga. Ti bacio, piano e leccandoti le labbra infilo la lingua per sfiorare la tua, sputo nella tua bocca e tremi di desiderio, sono sopra di te e ho voglia di vedere i segni dei miei denti sul tuo petto, mordendoti i capezzoli vai in estasi. Le tue mani impazienti mi toccano e le dita si infilano dentro di me. Quello che succede al mio corpo e alla mia mente mentre sono con te è inspiegabile… ti mordo, mi avvinghio ed è come se io non voglia farti scappare, la mia pelle brucia per quanto desiderio ho di te… in ogni modo, senza paura. Fare l’amore con te è tutto, è perfetto e non ti cambierei per null’altro… per quante difficoltà ci siano sceglierei sempre te. Per come ci completiamo e per come mi sento. Qualcosa però dentro di te ha fermato il tempo di noi due, e senza spiegazioni quella è stata l’ultima volta che abbiamo condiviso lo stesso letto. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta come sarebbe stato se…

Però poi smetto di farmi domande e mi godo il bellissimo ricordo della tua presenza nella mia vita, di quanto mi hai fatto bene, facendomi scoprire tante cose di me, e di cui farò sempre tesoro! L’amore non finisce solo perché non si sta insieme… ❤️

Una vista mozzafiato

«Stamattina metti il tuo vestitino verde, quello a pois, da brava ragazza. Ma andrai a lavorare col plug inserito, voglio che mi dimostri che sei la mia cattiva ragazza. E niente reggiseno, mi raccomando».

Camilla trovò il messaggio appena sveglia. Non rimase stupita, ogni tanto le arrivavano queste richieste da Giancarlo e la eccitavano da morire. Quando lui esercitava questo tipo di controllo su di lei, la donna andava letteralmente in estasi.

Diversamente dal solito, non si rotolò nel letto per minuti interminabili lamentandosi del fatto di non potersi permettere un maggiordomo che le portasse la colazione a letto, ma si alzò subito e corse sotto la doccia. Lui avrebbe voluto le foto a riprova del fatto che avesse rispettato i suoi ordini, e lei aveva tutte le intenzioni di essere bellissima, anche se solo in foto: abitavano lontani, per loro era complicato vedersi.

Non c’era bisogno che le ordinasse che scarpe indossare, aveva i suoi sandali neri col tacco altissimo che creavano un magnifico contrasto col vestitino verde, da brava ragazza, appunto.

I suoi sforzi mattutini sortirono l’effetto voluto, arrivò subito il messaggio di Giancarlo: «Bellissima e obbediente. Mi piace da impazzire quando soddisfi i miei desideri».

Camilla ridacchiò soddisfatta, sapendo benissimo quanto lui si divertisse anche se lei faceva i capricci e si impuntava con i suoi no… che prima o poi diventavano sempre e tutti dei sì.

Uscì di casa tutta contenta, pronta ad affrontare la giornata, che sarebbe stata piena di impegni, ma che lei avrebbe gestito con la sua solita leggerezza e allegria.

Viveva e lavorava in centro a Roma e aveva la fortuna di poter raggiungere a piedi il suo ufficio, che si trovava in Largo di Torre Argentina. Ogni mattina, quando il tempo lo permetteva, prendeva un caffè da asporto e andava a sorseggiarlo davanti all’area archeologica in mezzo al piazzale, divertendosi a seguire gli innumerevoli gatti che si muovevano tra le rovine, come se fossero le anime degli antichi romani: le piaceva pensare che fosse realmente così.

Quella mattina il sole splendeva, non si vedeva una nuvola, quindi ripeté il suo rito, come se fosse di buon auspicio.

La mattinata in ufficio si svolse in tutta tranquillità, Camilla ogni tanto sentiva la tensione provocata dal plug e provava un misto di piacere e delusione. Il piacere di sapere che stava esaudendo un desiderio di Giancarlo, e la delusione che lui non potesse essere lì, a vedere quanto piacere le procurasse e a premiarla per la sua obbedienza.

Non vedeva l’ora che arrivasse l’ora di pranzo, soprattutto perché avrebbe avuto il pomeriggio libero. Non aveva grandi programmi, se non quello di oziare sul suo terrazzino, con le gambe per aria e un bel libro da leggere.

Uscì finalmente dall’ufficio per andare a pranzo e capì che i suoi programmi erano destinati a saltare. Lui era lì fuori che la aspettava. Il cuore quasi perse un colpo per la sorpresa e la felicità: era l’ultima persona che si aspettava di vedere lì.

Non attraversò subito la strada, anche se avrebbe voluto correre a gettarsi tra le sue braccia.

Rimase lì, a godersi per un momento quel gioco di sguardi tra loro. Gli occhi di lui le dicevano quanto fosse bella per lui, lì, in quel momento, e quanto fosse soddisfatto di averle fatto quella visita del tutto inaspettata. E la invitavano a correre verso di lui, perché la voglia di Camilla di precipitarsi tra le sue braccia non era certo inferiore a quella di Giancarlo di stringerla forte a sé.

Camilla attraversò la strada e si sciolse in quell’abbraccio, seguito a un bacio appassionato.

Quando finalmente le loro labbra riuscirono a staccarsi, lui le sollevò il mento con una mano e le disse: «Sapevo che avevi il pomeriggio libero, non volevo rischiare che, sul tuo terrazzino al sole, si scottasse questa pelle bianca che mi piace così tanto».

«Beh, il rischio c’era, effettivamente. Diciamo che il mio pomeriggio libero ora è diventato molto più interessante. Comunque sei tremendo, non avevo capito che i tuoi ordini di questa mattina avessero questo obiettivo…»

«Non volevo rovinarti la sorpresa, pensa che avevo organizzato tutto da giorni, appena mi avevi detto del tuo pomeriggio di libertà, e stavo impazzendo dalla voglia di dirtelo».

«Io stavo impazzendo dalla voglia di vederti, quindi direi che siamo pari…»

Detto ciò, riprese a baciarlo, evitando che lui potesse ribattere: che bel modo di zittire le persone!

Quando Giancarlo aveva detto che aveva organizzato tutto, intendeva proprio tutto, nei minimi dettagli. Aveva prenotato un tavolo all’aperto in un ristorante di Trastevere. Ci andarono in macchina e, quando Camilla propose i mezzi pubblici, lui rispose con un criptico: «No, andiamo con la macchina, dopo ti devo portare in un posto».

Appena saliti in macchina, lui si sporse verso di lei, le sollevò il vestito e le disse: «Controlliamo la tua obbedienza…»

E le sue mani si mossero sicure tra le cosce di Camilla, esplorando con cura e senza fretta la posizione del plug e la voglia che lei aveva di lui…

Lei trasalì quando lui la penetrò con le dita, con forza e decisione.

Avvicinò le labbra al suo orecchio e le sussurrò: «Senti com’è bagnata la mia brava troietta…»

Poi estrasse le dita, deludendo Camilla, che avrebbe voluto che lui continuasse, e gliele mise in bocca: «Da brava, puliscile bene».

Camilla succhiò avidamente quelle dita, anche se avrebbe voluto sentire in bocca qualcosa di più, si consolò comunque pensando che prima o poi, nel corso del pomeriggio, avrebbe avuto la sua ricompensa…Se l’era meritata, lui le aveva detto che era stata brava, la sua brava troietta.

Arrivarono al ristorante, Camilla non aveva alcuna voglia di mangiare, se fosse stato per lei avrebbe portato Giancarlo a casa sua e avrebbero passato il resto della giornata a fare sesso, ma sapeva che non aveva voce in capitolo, e che lui si divertiva a tenere in sospeso il raggiungimento del suo piacere. Quindi decise di godersi quei momenti senza cercare di indovinare ciò che lui avesse in mente, era comunque troppo complesso cercare di scandagliare i pensieri di quell’uomo.

Inoltre, il tempo in sua compagnia era sempre interessante, qualsiasi cosa facessero: era molto colto, potevano parlare di tutto e aveva sempre una visione particolare, mai banale della realtà che li circondava.

Il pranzo fu molto piacevole, anche se la tensione erotica tra loro era palpabile. Ogni tanto lui le accarezzava il braccio, quasi distrattamente, ma a Camilla sembrava di ricevere una piccola scossa elettrica. Quando arrivarono i loro caffè la donna si rese conto che era come se avesse trascorso tutto il tempo del pranzo in apnea, in attesa di respirare.

Stare con lui era ormai come respirare, era vitale, indispensabile. E i giorni senza lui rotolavano via in attesa di quando avrebbero potuto vedersi, toccarsi, sondare i loro limiti per spingersi sempre più lontano, esplorando quanto profondo fosse il legame che li univa.

Senza dire una parola lui si alzò e rimase in attesa che lei facesse altrettanto. Lei lo guardò per un attimo, dal basso, con i suoi occhioni imploranti. Giancarlo adorava quello sguardo. Era carico di aspettative, pretendeva attenzioni, cercava di indovinare cosa lui avesse in serbo per lei, si affidava completamente al suo controllo.

Le prese la mano, la fece alzare e uscirono dal ristorante.

Una volta saliti in macchina, cominciarono a parlare del più e del meno, mentre uscivano dalla città, sulla Appia Antica. Camilla cercava di indovinare dove volesse portarla, pensava che sarebbero andati a casa sua, ma evidentemente lui aveva altri programmi.

Arrivarono di fronte al Mausoleo di Cecilia Metella, che in quel periodo era chiuso per restauri. L’area era deserta, raggiunsero un parcheggio di un ristorante, che avrebbe aperto solo quella sera, ormai.

Spense la macchina e le disse di scendere.

Si avviarono lungo una stradina sterrata costeggiata da filari di cipressi, Camilla doveva rimanere concentrata per non cadere: il terreno sconnesso da percorrere coi tacchi era una sfida molto ardua.

Giancarlo se ne accorse e le cinse la vita con un braccio, per sostenerla.

«Ho trovato questo angolino per caso, l’ultima volta che sono venuto a Roma, mi ero perso e mi sono trovato qui davanti. Quando l’ho visto, mi si è formata nella mente un’immagine di te, qui insieme a me. Non riuscivo a pensare ad altro, e finalmente posso realizzare questa fantasia».

In quel momento il luogo di cui le stava parlando fu davanti ai suoi occhi, e appena lo vide fu certa che fosse quello.

Era seminascosto dalla vegetazione incolta, si scorgeva un muro di pietra diroccato, un’unica parete in alzato, e molti detriti tutti intorno. Sulla parete una grande apertura, fino a terra, chiusa da una grata in ferro che permetteva alla vista di spaziare tra lo stupendo panorama della campagna romana.

Lui la prese per mano e, piano piano per via delle calzature del tutto inadatte, arrivarono alla parete.

Quando si furono sincerati della stabilità di Camilla sul terreno impervio, lui cominciò a baciarla con passione, mentre la spingeva contro la grata.

La donna sentì il freddo del metallo contro il suo corpo, attraverso il vestito leggero, ma nello stesso tempo sentiva un gran caldo provenirle da dentro, la voglia di essere sua e di dimostrargli quanto lo fosse bruciava in lei. Sentiva le sue mani dappertutto, sulle spalle, sul collo, lungo la schiena, tra le cosce. A un certo punto cominciò a sollevarle il vestito e a stringere con forza le sue natiche, mentre il suo membro in erezione spingeva contro di lei. Le si insinuò tra le natiche e le spostò leggermente il plug, avanti e indietro, facendola vibrare di piacere. Le mani di Camilla si avvicinarono alla cintura dei pantaloni, voleva toccarlo, voleva sentire quanta voglia avesse di lei. Lui si fermò e la bloccò.

La guardò con un’aria di rimprovero che lei non riuscì a comprendere quanto fosse reale e le disse, in tono severo: «Chi ti ha dato il permesso di muoverti, signorina?»

Non le lasciò nemmeno il tempo di ribattere che le aveva già preso le mani e portate sopra la testa, contro la grata. Gliele tenne bloccate con la sinistra, mentre con la destra si sfilava la cinta dei pantaloni.

Camilla capì quello che voleva fare e cominciò a tremare per l’emozione e il desiderio.

Con un gesto sicuro, chissà quante volte l’aveva ripetuto, le legò le mani alla grata con la cintura, strette, molto strette. Mentre lei già si immaginava con grande eccitazione quanti e quali segni le sarebbero rimasti sui polsi, lui le disse: «Adesso non puoi scappare, sei mia e posso farti tutto ciò che voglio, per tutto il tempo che desidero».

«L’ultima cosa che vorrei è scappare di qui, te lo assicuro. E che io sia tua, lo sai. Anche senza una cinta che mi blocchi le mani».

La baciò con desiderio, come se volesse risucchiare tutto il tempo che avevano trascorso separati, quasi un risarcimento per i baci non dati, gli sguardi non scambiati, i corpi non avvinghiati.

Si staccò da lei, le accarezzò i capelli e la guardò intensamente: «Davvero sei mia?»

«Sì». Rispose lei, semplicemente, rispondendo con uno sguardo di pari intensità.

Giancarlo le prese le mani e gliele spinse con forza contro la grata, ricominciando a baciarla.

Poi le sue mani scesero con una calma estenuante lungo le braccia di Camilla, che fremeva di desiderio. Smaniava per la voglia di lui, voleva che lui la possedesse lì, in quel luogo, con forza e con prepotenza, voleva dimostrargli quanto fosse profondo quel “Sì”.

Le mani ora erano all’altezza dei seni, i capezzoli sporgevano turgidi dal vestito. Li pizzicò con forza, ma i suoi baci soffocarono i gemiti di Camilla.

Le alzò leggermente il vestito, le abbassò le mutandine di pizzo fino alle ginocchia e si allontanò un attimo, come per gustarsi il risultato.

Tirò fuori il cellulare e le scattò una foto.

«Sei bellissima, anche meglio della fantasia che avevo in testa»

Camilla era fradicia di piacere, non si era mai trovata in una situazione del genere, chiunque sarebbe potuto passare di lì e scoprirli. Questa eventualità la eccitava ancora di più, si stupì a pensare: quell’uomo la spingeva a superare i suoi limiti e a provare sempre maggiore piacere.

Nel frattempo lui si era avvicinato e chinatosi davanti a lei, aveva iniziato a percorrere il suo ventre con la lingua, fino ad arrivare al suo sesso e indugiando sul suo clitoride. Alternava morsi leggeri e baci voraci, mentre Camilla si dimenava, per quanto la posizione glielo potesse permettere, per il desiderio.

«Ti prego prendimi, ti scongiuro» lo implorò a un certo punto.

Lui si fermò, si alzò e le sussurrò all’orecchio: «Puoi pregarmi quanto vuoi, ma ti prenderò quando e come voglio, capito?»

«Sì, sì, ho capito. Ma mi sembra di impazzire dal desiderio»

«È esattamente quello che voglio. Stai pur certa che ti prenderò, non sai quanto lo voglia. Ogni cosa al momento giusto. Goditi il momento e lascia fare a me».

E riprese a baciarla.

Camilla sentì sulle labbra dell’uomo tutto il sapore del suo piacere, si sentiva fradicia in mezzo alle cosce, credeva che sarebbe venuta da un momento all’altro.

Giancarlo le aprì le gambe, le mutandine fecero resistenza, lui gliele abbassò quanto bastava per lasciarle le cosce aperte, si slacciò i pantaloni ed estrasse il suo membro, aveva un’erezione pazzesca.

Camilla avrebbe voluto sentire con le sue mani e con la sua bocca quanto fosse duro, si dimenò ancora per l’eccitazione.

Lui le strinse le guance con una mano e, con uno sguardo beffardo le disse:

«Non riesci proprio a stare ferma, eh? Ti ci vorrebbe una bella punizione, ma ho troppa voglia di possederti, sto per scoppiare».

Nel dire quelle parole la baciò e poi cominciò a penetrarla con forza.

Sentiva il metallo della grata segnarle le carni, era un piacevolissimo dolore che si rinnovava e aumentava a ogni spinta dentro di lei.

Lui lo sapeva, sapeva quanto fosse eccitante per lei rivedere e risentire i segni che la sua passione le lasciava sulla pelle, e non era meno eccitante per lui.

La prese con sempre maggior forza e prepotenza, Camilla soffocò a stento le urla, sentiva ogni centimetro della sua pelle bruciare per il contatto con la grata e per il piacere che stava provando.

Arrivarono all’orgasmo insieme, un’ondata di piacere che li travolse e spazzò via tutto il tempo che erano stati separati.

Lui rimase per qualche istante dentro di lei, godendosi quella sensazione di profonda intimità e familiarità dei loro corpi. Conoscevano e avevano esplorato ogni frammento del corpo dell’altro, per procurare e procurarsi piacere, ma ogni volta questo piacere aumentava, scendeva più in profondità e aumentava di intensità.

Giancarlo liberò le braccia di Camilla, le sue mani non resistevano più dalla voglia di toccarlo e stringerlo. Lo abbracciò forte, si abbarbicò a lui, non avrebbe mai voluto staccarsi da quell’uomo.

Lui, godendosi quell’abbraccio, le mordicchiò l’orecchio e le sussurrò  due parole che non pensava avrebbe mai pronunciato e che le aprirono una voragine nel cuore:

«Ti amo».

Martini 🍸

Lei era lì, nuda e bagnata, sul letto ancora sfatto. La finestra aperta lasciava entrare una leggera brezza che le accarezzava la pelle e le dava sollievo. Giada quel giorno aveva ripensato a lungo a Simon, l’uomo che riempiva il vialetto di casa con incredibili quadri coloratissimi, diceva di lasciarli lì per farli asciugare meglio, per via dell’esposizione privilegiata a sud… ma Giada sosteneva che fosse solo per metterli in mostra ai vicini sperando di aumentare le vendite! Simon da sempre la incuriosiva, un uomo che non si incontra tutti i giorni. Ma per i molti impegni di entrambi, avere del tempo da passare insieme da buoni vicini, era davvero poco! Simon era spesso via per le mostre d’arte dei suoi quadri e un giorno invitò Giada alla sua prima mostra ufficiale, in una famosa galleria d’arte. Che emozione! Giada si preparò per presentarsi al meglio, voleva fare colpo e aveva voglia di conoscere meglio l’oggetto del desiderio nelle sue fantasie…

Scelse un tubino rosso, che con la sua pelle bianca e i capelli biondi la faceva risaltare in tutta la sua bellezza! Tacchi alti d’obbligo.

Simon dalla piccola finestra del suo bagno poteva scorgere l’interno della camera di Giada, anche se questo era un dettaglio che non le aveva mai rivelato. Appena poteva, si godeva quello spettacolo, che era anche motivo d’ispirazione per i suoi quadri… i colori dei vestiti di Giada erano meravigliosi e il suo portamento, quell’incedere così leggero completavano l’opera!

Ore 20, arrivata puntuale si mise in coda attendendo l’apertura della porta, che conduceva alla mostra.

I quadri di Simon credeva di conoscerli già tutti, ma quando ne adocchiò alcuni, le sembrava di essere dentro al quadro. Sentiva uno strano stato di eccitazione, era come se ci fosse una finestra che la mettesse in mostra davanti a tutti. Da lontano guardava Simon chiacchierare con gli ospiti e avrebbe tanto voluto andare da lui e baciarlo con passione, ma dovette trattenere i suoi istinti. Non era quello il momento.

Giada curiosò ancora un po’ in giro e finalmente raggiunse Simon, complimentandosi con lui per la mostra, poi gli prese la mano e lo portò fuori su un bellissimo balconcino con vista sul fiume.

Simon, stupito e incantato da quella ragazza, si lasciò andare e arrivati al balcone avvinghiò i fianchi di Giada e baciandola appassionatamente la strinse a sé… la sua lingua era morbida e sapeva di fragola, avrebbe voluto mangiarsela! Giada si sentiva bruciare, voleva quell’uomo più di ogni altra cosa, si spostò contro il muro. Simon non perse tempo, sollevato di poco l’abito della ragazza, rapidamente slacciò i jeans e si spinse dentro quel corpo meraviglioso e bagnato. Arroccati così, su quel balconcino con i loro corpi stretti e le lingue che si cercavano, consumarono la loro passione…

Si guardano intensamente, mentre si rendevano presentabili, per tornare nella sala della mostra. Simon doveva salutare gli ultimi ospiti, che erano anche cari amici, scelsero quindi di andare tutti insieme in un bar per sorseggiare un drink. Optarono per il bar proprio sopra la mostra, all’ultimo piano del palazzo. Il piccolo bar dell’hotel offriva una terrazza con vista panoramica sul parco. Simon e Giada non riuscivano a stare staccati. Per dare il via alla serata Giada ordinò un Martini 🍸, era il suo cocktail preferito, semplice ma deciso! Un po’ come lei… Risate e divertimento accompagnarono i cocktail, arrivata al terzo Giada decise di abbandonare la serata e tornò a casa, un po’ a malincuore perché sperava che Simon le proponesse di accompagnarla. Era appena uscita dal palazzo quando lui la raggiunse e sul suo dolce visino tornò il sorriso! Chiamarono un taxi e nel viaggio le loro bocche non riuscivano a stare lontane, le mani di Simon accarezzavano la pelle liscia e delicata di Giada. Le spostò di poco le mutandine, per infilarsi dentro di lei con le dita e tastare quanto fosse bagnata… Giada colava di piacere e fortunatamente il viaggio in taxi durò pochissimo. Entrati in casa di Giada si strapparono i vestiti e si abbandonarono finalmente alla passione e al piacere, Simon voleva sentire il sapore di quella fichetta tutta bagnata e colante per lui, e Giada non vedeva l’ora di avere in bocca il suo membro gonfio e pulsante, si sdraiarono in un 69 da urlo, Simon con la bocca piena di umori dolci e sapidi stava per venire ma cercò di trattenersi. Anche la bocca di Giada sapeva il fatto suo e il pompino che gli stava facendo era da impazzire. Non vedeva l’ora di penetrala e prendendola per le natiche la girò salendole sopra e infilandosi dentro di lei… come stava bene lì, non avrebbe più voluto smettere, le unghie di Giada facevano pressione sulla sua schiena e lui impazziva. Mentre scopavano Giada si sentiva bene e quel pene sembrava fatto apposta per lei, la faceva godere come mai nessuno prima. Vennero in un orgasmo caldo e sudato stando poi abbracciati a lungo. Si addormentarono così.

Dopo poche settimane però Simon dovette partire, non sapeva per quanto, non disse nulla alla povera Giada e sparì senza una spiegazione.

Giada non riusciva a dimenticare quell’uomo, anche dopo tanto tempo senza vederlo gli orgasmi migliori li aveva ripensando a lui… come quella notte sul letto, nuda e bagnata dopo aver sorseggiato tutti quei Martini!

Io so che tu sai che io so

«Qual è la prima fantasia che ti viene in mente ora e che non hai mai realizzato, Matilde?» le chiese a bruciapelo Lorenzo mentre stavano facendo colazione al bar.

Lei rimase con la sua brioche a mezz’aria, sorpresa dalla domanda inaspettata. Non si scompose, ci voleva ben altro, ma si prese del tempo per pensarci.
Uscivano insieme da poco, doveva giocare bene le sue carte. Di fantasie ne aveva da vendere, figuriamoci, ma non voleva correre il rischio di sembrare troppo banale o, al contrario, troppo spudorata.

Sentiva lo sguardo dell’uomo puntato su di lei, in attesa di una risposta.
Posò la tazza con calma, perché aveva anche bevuto un sorso di cappuccio, e rispose: «Beh, la prima fantasia che mi viene in mente, così, su due piedi, è uscire con te e non indossare le mutandine, facendotelo ovviamente sapere in anticipo…»
La sua reazione non si fece attendere: «Cosa fai stasera?»

«Esco con te, senza mutandine, che domande» rispose pronta Matilde, ridacchiando. Finirono la loro colazione, ogni tanto lei alzava lo sguardo e scopriva Lorenzo che la fissava di sottecchi. Alla terza volta non resistette: «Che succede?»

Lui scoppiò a ridere e poi le confessò: «Continuo a pensare a quello che hai detto e, sinceramente, non so come farò a resistere fino a stasera!»
Anche Matilde si unì alla sua risata, mentre in cuor suo si congratulava con sé stessa: tra i milioni di fantasie tra cui avrebbe potuto scegliere, una volta tanto aveva azzeccato!

La giornata trascorse in fretta, ogni tanto Lorenzo le mandava qualche messaggio, la sua eccitazione per la serata si alzava sempre più, anche quella di Matilde non era da meno. Finalmente avrebbe realizzato una sua fantasia e, per giunta, con un uomo che le piaceva parecchio. L’ultimo messaggio che Matilde trovò uscita dalla doccia fu questo: «Quando passo a prenderti devo salire a casa tua, ho una sorpresa per te».
Adorava ricevere le sorprese, adesso però era curiosissima e elaborava le ipotesi più disparate. Arrivò pure a pensare, con terrore, a un anello di fidanzamento, poi si disse: «Stai tranquilla! Vero che lo conosci poco e potrebbe essere uno squilibrato come tanti con cui sei già uscita, ma di sicuro l’anello potrebbe pure dartelo al ristorante!»

Quindi si tranquillizzò e riprese i preparativi per la serata. Aveva scelto di indossare un vestitino nero con un corpetto di pizzo e una generosa scollatura sia davanti che dietro, completato da una gonnellina corta e leggera… Chissà che non ci fosse un colpo di brezza estiva! Si sbizzarrì poi con delle altissime scarpe di un giallo brillante, con la punta aperta, che mettevano in mostra le unghie laccate di rosso.

Lorenzo suonò il citofono proprio mentre Matilde si stava spruzzando il suo immancabile Hypnotique Poison. Gli aprì la porta e lui rimase lì, inebetito a fissarla, come se fosse la prima volta che la vedeva. Dopo qualche istante riuscì a pronunciare una frase, che parve costargli una fatica immensa: «Sei bellissima, Matilde!» e poi le consegnò un pacchettino.
«Vorrei che lo mettessi per me, questa sera. Non sono riuscito a pensare ad altro per tutto il giorno. Una piacevolissima tortura». Lei lo baciò, il rossetto lo avrebbe messo dopo, e prese il regalo. Lo aprì subito, curiosissima. Nel pacchettino c’era un altro sacchetto… a proposito di piacevolissima tortura. Dal sacchettino nero fuoriuscì un piccolo plug in acciaio, con l’impugnatura a forma di cuore, completato da un cristallo trasparente come decoro. Era bellissimo, non vedeva l’ora di utilizzarlo. Non aveva mai provato, ma era sempre pronta a nuove esperienze. Poi non era eccessivamente grosso e lei aveva un buonissimo olio per massaggi che avrebbe lubrificato a dovere la parte.

«Immagino che non ti secchi attendere qui qualche minuto. Vado in bagno a incipriarmi il naso» disse Matilde strizzando l’occhio.
Lorenzo non riuscì a rispondere, che lei era già volata in bagno.

Uscì dopo qualche minuto, con il rossetto rosso sulle labbra e un’espressione soddisfatta sul viso: non servì aggiungere nulla.
La serata partiva con i migliori auspici. Lorenzo aveva scelto un delizioso ristorante sul lago, poco affollato. Si sedettero al tavolo, ordinarono i piatti e, appena il cameriere si allontanò da loro lui le chiese: «Allora, ti piace? Che sensazione ti dà?»
Matilde gli prese la mano e rispose con calma, come per trovare le parole più adatte a esprimere le sensazioni che stava percependo.
«Lo trovo terribilmente eccitante, è come essere in una tensione sessuale costante. Mi intriga il fatto che tu mi abbia chiesto di farlo e io ti abbia obbedito, mi fa sentire tua, mi fa percepire il possesso e mi piace molto. Se poi penso di essere qui in pubblico senza i miei slip, tutte queste sensazioni si amplificano».

Lorenzo emise un profondo respiro: «Non sai quanto sono eccitato io, tesoro. Muoio dalla voglia di sparire sotto al tavolo e tuffarmi tra le tue cosce».
«E invece farai il bravo, ceneremo, poi chissà…» rispose Matilde, cercando di nascondere quanto piacere le avessero procurato quelle parole.
Lui si mostrò positivo: «Beh, meno male che abbiamo ordinato un piatto solo. Non azzardarti a chiedere cosa ci sia di dolce!»
Matilde scoppiò a ridere di gusto: a tutto pensava, quella sera, tranne che al dolce al carrello.

La serata proseguì in tranquillità, tra chiacchiere, buon cibo e ottimo vino. Matilde, quando si alzò dal tavolo, sentì la testa girare: il vino era bello fresco ed era andato giù come se nulla fosse, ma ora lo sentiva. Meglio, i pochi freni inibitori che aveva erano irrimediabilmente annegati nel Lugana.

Lorenzo capì al volo la situazione e le fece scivolare un braccio intorno alla vita mentre uscivano dal ristorante. Si trovavano proprio nel centro del paese, all’interno della cinta muraria medievale, da cui si godeva un panorama mozzafiato. Si incamminarono proprio verso il punto con la vista migliore, una piccola apertura fra due bastioni, che forniva due vantaggi: sembrava di avere tutto il lago ai tuoi piedi, ed era facile nascondersi agli occhi dei passanti.

Matilde aveva intuito le intenzioni di Lorenzo appena aveva scorto il luogo, non fece commenti e si godette la sua eccitazione che aumentava sempre più. La serata estiva era fresca e una brezza leggera le accarezzava la schiena e le muoveva la gonna, insinuandosi tra le sue cosce e procurandole brividi di piacere.

Quasi avesse letto nei suoi pensieri, Lorenzo fece scendere la mano con disinvoltura e le accarezzò le natiche. «Se penso a quel che c’è qui dentro…» le sussurrò all’orecchio, eccitatissimo. Quel sussurro, la vicinanza di quelle labbra al suo lobo le mozzarono il fiato. Non riuscì a trovare una delle sue sagaci risposte, una volta tanto. Quell’uomo la destabilizzava e la cosa le faceva paura.
Ma quella sera non c’era spazio per la paura. Aveva deciso di buttarsi e si sarebbe buttata. Si fermò, si voltò verso di lui e lo baciò con passione.

Se Lorenzo rimase sorpreso da quella reazione, non lo diede certo a vedere, anzi rispose con passione a quel bacio e ne approfittò per far appoggiare Matilde al parapetto della terrazza.

Erano soli, la stagione estiva non era ancora iniziata, difficilmente sarebbe passato qualcuno di lì. Anche se, pensò Matilde, stupita di sé stessa, l’idea che potessero essere colti sul fatto la eccitava ancora di più.

Lorenzo non riusciva a smettere di baciarla, ora le sue mani stavano cercando di infilarsi sotto la gonnellina. Le accarezzò il sedere e quando finalmente ebbe la prova della mancanza delle mutandine emise un profondo sospiro. La pelle di Matilde era appena increspata dalla brezza fresca della sera e dal desiderio di lui.
Le mani dell’uomo vagarono a lungo in zona, quasi che volesse ritardare il più possibile l’arrivo alla meta. Afferrò la maniglietta del plug e, mentre lui la muoveva delicatamente, Matilde gli morsicò le labbra in un istante di intenso piacere.

Lei comprese che lo avrebbe presto supplicato di portarla a nuove esperienze, voleva provare nuove e profonde sensazioni. Lorenzo lasciò il plug al suo posto e spostò le sue dita, affondando nella sua figa fradicia e bollente. Lei spalancò le cosce, era sicura di non perdere l’equilibrio nonostante i tacchi alti, per permettergli di entrare più facilmente.

Tolse le sue dita e se le ficcò in bocca, voleva assaggiarla.
«Sei fantastica, so che mi farai impazzire…» le disse guardandola intensamente.
Lei gli prese le dita, se le mise in bocca e le succhiò avidamente:
«Ne ho tutte le intenzioni, tesoro mio».
Ricominciarono a baciarsi, mentre lei armeggiava disperatamente con i suoi jeans per infilarci dentro le mani. Lui comprese la difficoltà della donna e intervenne, sbottonandosi i pantaloni e ridacchiando con le labbra contro le sue.

Matilde abbassò leggermente gli slip di Lorenzo, quanto bastava per far uscire il suo cazzo che sembrava non aspettasse altro che essere liberato, tanto era gonfio e duro. Si chinò bene, in modo che la gonna si sollevasse e che le sue natiche nude si appoggiassero alla ringhiera, e lo prese in bocca.

Lorenzo emise un profondo sospiro, percorse la sua schiena con le sue mani e le accarezzò il sedere, alzando ancora di più la gonna e ringraziando i suoi antenati per avergli trasmesso un’altezza di tutto rispetto con delle braccia abbastanza lunghe per arrivare a quello splendido culo, sodo e rotondo.

Poi le mise le mani in vita e le diede il ritmo per muoversi avanti e indietro con la bocca sul suo membro. I suoi pompini lo facevano impazzire, capiva che lei godeva immensamente nel succhiarlo e nel procurargli piacere. Doveva stare attento a non perdere il controllo, rischiava di venire subito, invece voleva divertirsi ancora un bel po’ con quella femmina spudorata e senza freni, fantastica.

Si allontanò da lei, la fece alzare, la baciò appassionatamente.
Le allargò le cosce spostando i piedi con un leggero tocco dei suoi, era come se lei non aspettasse altro. Lo desiderava intensamente, voleva sentirlo tutto dentro di lei. Lorenzo piegò leggermente le ginocchia e cominciò a scoparla. Era fradicia, sentiva i suoi umori colare sul suo cazzo, già umido per il suo succhiare. Sarebbe potuto andare avanti a scoparla per tutta la notte. Lei aveva stretto le sue braccia intorno al suo torace e aveva arrotolato una gamba sulla sua. Avrebbe tanto voluto fare una fotografia, era sensuale come non mai, sapeva comunque che i singoli fotogrammi di quella serata sarebbero rimasti impressi nella sua memoria.

Ogni sua spinta dentro di lei era accolta da un gemito sempre più forte, Lorenzo comprese che non era lontana dal raggiungere l’orgasmo, e decise che poteva lasciarsi andare, per raggiungerlo insieme.
Lei gli morse con forza il collo per evitare di urlare e si abbandonò al piacere estremo, e lui la accompagnò con un piacere altrettanto intenso.

Rimasero abbracciati per qualche minuto, non c’era bisogno di parole, anzi qualsiasi parola avrebbe sminuito quel momento che stavano vivendo.
Lorenzo le prese il viso tra le mani e la baciò con tenerezza.

Proprio in quel momento passarono due anziani, a braccetto.
Matilde incrociò i loro sguardi e vi lesse nostalgia dei tempi andati e simpatia per quei due teneri giovanotti innamorati. Probabilmente, se fossero passati di lì anche solo un paio di minuti prima, lo sguardo sarebbe stato meno comprensivo.

Matilde sorrise tra sé e sé e si ributtò tra le braccia accoglienti di Lorenzo: l’unico posto dove lei voleva stare, in quel momento.

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Gli Oli Essenziali

“Cerca nei profumi dei fiori e dei frutti la serenità dello spirito e la gioia dell’esistenza.” Wang Wei

I profumi sono un incantesimo potente…che ci accompagna per tutta la nostra esistenza, dal concepimento fino all’ultimo giorno di vita.

La nostra nascita è già connotata da un profumo derivante dall’ovulo umano che profuma di mughetto. L’olfatto, infatti, è il primo dei sensi che si sviluppa nel grembo materno. Dopo la ventiquattresima settimana di gravidanza, il senso dell’olfatto è già completamente formato.

A partire dalla nascita e per tutta la vita, tutte le esperienze intense sono immagazzinate nel nostro cervello collegate a una fragranza percepita durante quelle stesse esperienze. ln questo modo attraverso quell’odore, possiamo riportare alla memoria quegli eventi, siano essi positivi o negativi. Percepiamo l’odore corrispondente e ci ricordiamo immediatamente ciò che abbiamo vissuto allora e ci ricordiamo delle nostre sensazioni collegate a quell’esperienza.

“Essere sopraffatto dal profumo dei fiori è una sconfitta molto piacevole”.  Beverly Nichols

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Caipirinha

Natalia lavora in una tavola calda nella zona portuale.

Simon, amico e cliente affezionato del locale finalmente si decise ad invitare Natalia a vedersi anche dopo il lavoro. Quanto le piaceva quella ragazza, così solare, caliente e un po’ arrogante, teneva sempre tutti alla larga! Forse era anche per quello che Simon era indeciso se avanzare quella richiesta o meno. Preferiva continuare a vederla così piuttosto che perderla definitivamente, ma con tutta la grinta che lo distingueva tentò! Era l’ora di pranzo e come d’abitudine si recò al locale di Natalia, appena finito di mangiare chiamò Raul, fidato amico, che arrivato di corsa al locale consegnò a Natalia delle rose con un biglietto che diceva: “Se questa sera sei libera vorrei vederti, da soli. Con affetto Simon“.
Simon aveva già pagato e si era allontanato perdendosi con un po’ di rammarico l’espressione sul volto di Natalia.

Poco dopo il telefono di Simon squillò e con entusiasmo rispose a Natalia che lo ringraziava dell’invito e dei fiori. Stupita e felice di quell’invito, si accordarono per vedersi da lei alle 20.

Simon non sapeva che cosa lo aspettasse ma era sicuro sarebbe stato bene… Natalia abitava nelle vicinanze del quartiere Pelourinho, che rappresenta la storia di Salvador de Bhaia e del Brasile stesso, lì dove gli schiavi venivano fustigati al palo (da quel palo il nome Pelourinho) e lì da dove partì la rivolta che avviò la liberazione del Brasile dalla dominazione portoghese, a causa delle leggi proibizionistiche sulla produzione e il consumo di Casasça. È La base alcolica della caipirinha, un distillato della melassa, scarto della lavorazione della canna da zucchero, prodotto dai Capira; i contadini e schiavi impiegati nelle piantagioni. Per rendere omaggio a quel cambiamento oggi è una zona sfavillante di vita, locali che propongono musica dal vivo e caipirinha a fiumi, con deliziosa frutta fresca! I due si avviarono per le strade al ritmo di samba che quella sera echeggiava in ogni angolo. Natalia, con il suo sguardo ipnotico e le movenze dei suoi fianchi, faceva brillare gli occhi di Simon che si avvinghiò a lei per un sensuale ballo, lì tra la folla. I loro corpi aderivano perfettamente e quei passi di danza lo facevano eccitare… voleva baciarla ovunque ed era già pronto a strapparle i vestiti, quando si rese conto che erano ancora per strada e avevano attirato gli sguardi di molti passanti. Si guardarono, con un sorriso malizioso entrarono in un locale, ordinarono caipirinha una, due, quattro… e ballarono per ore, stuzzicandosi e flirtando appassionati.
Era tardi e dovevano rientrare, l’indomani gli impegni di Simon lo attendevano. Arrivati sotto casa di Natalia lei lo trascinò nell’ atrio della palazzina e Simon la attaccò al muro con un bacio lungo e appassionato infilando le mani ovunque su quel meraviglioso corpo tonico e sensuale avvolto solo da un vestitino a fiori che faceva risaltare il tutto. Le spostò un poco le mutandine infilando le dita dentro di lei e percepì quanto fosse bagnata ed eccitata. Natalia, slacciata la cintura e abbassata la lampo, liberò il vigoroso membro di Simon che per tutta la sera aveva sentito da lontano strusciare su di lei… lo voleva, si spostarono sdraiandosi nel vano sotto le scale e incollati da baci appassionati nascondevano, per quanto si potesse, ogni gemito, finalmente lui la penetrò con vigore, Natalia si girò a pecorina e Simon, trattenendola per i lunghi capelli mori la scopava con ardore. Natalia incurante di tutto si lasciò andare a gemiti di piacere che finirono in uno sbrodolante orgasmo sotto i colpi di Simon che subito dopo raggiunse il culmine del piacere.

Ridevano come ragazzini e sistematosi come meglio poteva Simon si alzò spostandosi da quell’angolo non troppo comodo. fece spazio anche a Natalia, che uscita restò qualche minuto tra le sue braccia. Si salutarono… con un “a presto”, anche la vicina del primo piano si affacciò alla finestra e salutò Simon, facendo scattare un’ilarità collettiva dei tre… buona notte

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Serate bollenti

La prospettiva di rimanere in città la settimana di ferragosto la riempiva di tristezza, mista all’ansia di dover trovare qualcosa da fare una volta finito di lavorare. Si era appena trasferita in quella nuova città e non conosceva ancora nessuno. In più era l’ultima arrivata sul posto di lavoro e le ferie se le sarebbe sognate, quest’estate…

Decise che avrebbe fatto scorte di alcolici, alla faccia della massima che non si beve mai da soli, e sfruttato l’abbonamento a Netflix. Per sentirsi meno in colpa tirò fuori dagli scatoloni ancora impilati in corridoio i suoi attrezzi da palestra e riattivò l’applicazione per fare ginnastica a casa. Al massimo della determinazione ginnica scaricò gli orari della piscina comunale: aveva tutte le intenzioni di sfruttare al massimo quella settimana di arresti domiciliari, senza cadere in depressione e senza ingrassare di dieci chili spalmata sul divano.

Lunedì, ore 18.

Appena entrata in casa buttò la borsa sul divano, tolse le scarpe e volò verso il frigo, dove la aspettava una bottiglia di prosecco frizzante, freddissimo. Aprì la bottiglia e un pacchetto di patatine, si versò un bel bicchiere di vino e uscì sul suo terrazzino, per iniziare la serata di relax.

Il balcone, che dava sul cortile interno del caseggiato, costituito da una decina di appartamenti, era abbastanza grande da poter ospitare un bel tavolo da quattro posti e una chaise-longue, su cui Rossella si stese subito. Diede una rapida occhiata al cortile: tutte le persiane erano chiuse, erano proprio tutti in vacanza. Non che cambiasse qualcosa per lei, che non aveva ancora avuto modo di conoscere nessuno del vicinato, e cominciava a nutrire forti dubbi sulla loro effettiva esistenza.

Stava sorseggiando il secondo bicchiere di vino quando, come per miracolo, si aprirono le persiane dell’appartamento proprio di fronte al suo. Si affacciò al balcone un uomo alto, bruno, con una camicia bianca e i pantaloni scuri, che si stava snodando la cravatta. Rossella si sentì un’intrusa, per aver colto l’uomo in quel gesto così intimo, personale, e si augurò che non la vedesse.

Lui rientrò subito in casa e lei si sentì più tranquilla. Subito dopo si rincuorò del fatto che non fosse l’unica a lavorare in quella città deserta. Chissà che lavoro faceva… cominciò a fantasticare finendo il suo bicchiere di vino. Passò il resto della serata in terrazza con il suo libro, sbirciando ogni tanto nella casa di fronte: le luci erano accese, ma nessuno mise più piede sul balcone, con somma delusione di Rossella, che sperava in un diversivo.

Martedì, ore 18.00.

L’afa quella sera era insopportabile, Rossella, appena rientrata a casa, si fece una lunga doccia, si avvolse nell’asciugamano, raccogliendo i lunghi capelli rossi in una coda, anche se ancora bagnati: l’idea di accendere il phon non era stata nemmeno contemplata, e decise di uscire in terrazza così, sicura che non ci sarebbe stato nessuno. E invece lui era lì, sul terrazzo di fronte, l’uomo misterioso della sera prima. Stavolta si accorse di lei, che rimase un attimo interdetta, senza sapere che fare: scappare dentro e ripresentarsi vestita sarebbe stato imbarazzante, meglio fingere una disinvoltura che non possedeva e stendersi sulla solita chaise-longue, almeno per un po’. Lui la guardò e a lei sembrò di cogliere un’espressione divertita, ma sicuramente si stava sbagliando.

Rossella prese in mano il suo libro e cercò di darsi un tono, leggendo… sempre la stessa riga! Sentiva lo sguardo dell’uomo fisso su di lei ma non aveva il coraggio di alzare gli occhi dal libro, forse anche per la paura di scoprire che, invece, lui era tornato in casa a farsi gli affari suoi. A un tratto prese coraggio, abbassò il libro e guardò in direzione del terrazzo di fronte. Lui era ancora lì, la stava davvero guardando e, appena si accorse di avere la sua attenzione, alzò il bicchiere di vino che aveva in mano, come per fare un brindisi con lei. Lei sorrise e batté educatamente in ritirata: il contatto con l’asciugamano umido le aveva fatto venire freddo, nonostante fosse agosto! O forse non erano solo brividi di freddo

Mercoledì, ore 18.30.

Rossella aveva un diavolo per capello mentre infilava la chiave nella toppa: era dovuta rimanere in ufficio più a lungo per risolvere una grana dell’ultimo minuto, quando aveva fantasticato tutto il giorno sull’uomo del mistero, o del terrazzo, non aveva ancora deciso come soprannominarlo.

Si era figurata scenari in stile “La finestra sul cortile”, meglio se senza gamba rotta o cadavere smembrato. Era più forte di lei, la sua immaginazione non si spegneva mai, continuava a tessere storie, sempre più improbabili e che, soprattutto, non si realizzavano mai. Nel suo cervello era tutto così semplice, in continuazione: i tasselli della narrazione si incastravano alla perfezione, da soli, senza alcun intervento, come se non potesse accadere altrimenti, e tutto andava per il verso giusto. Peccato che poi, a un certo punto, lei si dovesse scontrare con la cruda realtà, molto lontana dagli scenari immaginati dalla sua vivace testolina. Ogni volta, comunque, una vocina dentro di lei le ripeteva: «Magari stavolta è la volta buona!» Quindi, piena di aspettative, si tolse le scarpe, si mise un paio di calzoncini e una maglietta scollata, un look che dicesse “anche se sono in casa non rinuncio a essere sexy”, ripassò il rossetto rosso e, con in mano un bel bicchiere di vino pieno di ghiaccio, andò sul balcone.

Lui era là, come se l’aspettasse, anche lui con un bicchiere in mano, e appena la vide ripeté il gesto della sera precedente. Lei ricambiò, aggiungendo un bello sguardo malizioso. Aveva voglia di giocare, di provocare, incurante delle conseguenze. Il solo pensiero le fece mordicchiare il labbro e mentre lo faceva si accorse che lui aveva colto il suo gesto. Chissà che non avesse voglia di giocare anche lui? La risposta non tardò ad arrivare: lui la guardò, prese tra le dita un cubetto di ghiaccio e lo avvicinò alle labbra, succhiandolo in modo ammiccante. Rossella, stupendosi della sua spudoratezza, immerse le dita nel bicchiere di vino, estrasse anche lei un cubetto di ghiaccio, se lo passò sulle labbra e poi scese… prima sul collo, lentamente, continuando a fissarlo, poi sul decolleté, sempre più all’interno della scollatura.

I capezzoli diventarono turgidi, tanto da vedersi anche attraverso la maglietta. Lui senz’altro non li avrebbe notati dal suo balcone, ma di sicuro se li stava immaginando, a giudicare dalla sua espressione. Lei rimise il cubetto nel bicchiere, finì il suo vino e si alzò per rientrare in casa, pensando con soddisfazione alla delusione e alla sorpresa del suo affascinante dirimpettaio. Se voleva giocare con lei, avrebbe dovuto stare alle sue regole. Peccato che queste regole la costringessero a passare il resto della serata chiusa in casa e lontano dal balcone, ma aveva deciso di essere implacabile, e quindi, determinata, accese il condizionatore, Netflix e ringraziò il cielo di non aver lasciato la bottiglia di vino sul balcone.

Giovedì, ore 18.

La giornata lavorativa era volata, per Rossella, anche solo per la fatica di rimanere concentrata sul lavoro. Appena abbassava la guardia, il cervello la portava sul suo balcone, escogitando qualche giochetto da fare con lo sconosciuto, se anche quella sera si fosse presentato. Qualcosa le diceva che avrebbe fatto di tutto per non mancare a quello strano tipo di appuntamento. Scelse, alla fine, di non programmare nulla: avrebbe seguito il suo istinto, come la sera precedente, e avrebbe deciso sul momento se condurre lei il gioco o lasciar fare a lui. Era curiosa di vedere fino a dove avrebbero saputo e voluto spingersi. Pensò solo a come presentarsi sul balcone: intimo di pizzo nero e una camicia bianca da uomo sopra. Chi l’avrebbe mai detto, comunque, che avrebbe trovato un modo tanto stuzzicante di passare le serate?

Quando uscì sul balcone evitò di guardare verso il terrazzo di fronte, concentrandosi sul mantenere una camminata sexy nonostante le piastrelle scottassero per il gran caldo. Si stese con fare voluttuoso sulla chaise-longue, prese il libro e il bicchiere e finalmente alzò lo sguardo. Lui era lì che si godeva lo spettacolo, con la sua camicia bianca e i pantaloni scuri, scalzo. Rossella ripassò mentalmente tutto il percorso fino a quel punto, chiedendosi se avesse potuto dimostrare goffaggine in qualche momento, ma dal modo in cui lui la guardava capì che aveva attirato la sua attenzione, e nella maniera che interessava a lei. Il dirimpettaio misterioso appoggiò il bicchiere e, continuando a guardarla, si slacciò un paio di bottoni della camicia, poi si fermò, in attesa. Rossella colse al volo la proposta, appoggiò anche lei il bicchiere, si sporse al balcone e si slacciò due bottoni, lasciando che si intravedesse il balconcino di pizzo nero.

Lui le strizzò l’occhio, bevve un sorso di vino e si slacciò altri due bottoni, mettendo in mostra degli addominali di tutto rispetto, che fecero venire voglia a Rossella di spalmarci su generose cucchiaiate di Nutella. Cercò di darsi un contegno e di smettere di sbavare, poi rispose con altri due bottoni: ormai il balconcino era del tutto visibile. Si sporse ancora un po’, per offrirgli una visuale migliore, e lui le mandò un bacio. Lei ridacchiò, si sbottonò tutta la camicia e se la tolse, gettandola per terra. L’uomo la guardò con finta aria di rimprovero, non aveva rispettato le regole del gioco, ma poi si tolse la camicia anche lui. Lei si godette per un attimo le spalle larghe di quello splendido esemplare di genere maschile, poi si girò, attardandosi appena, tanto che lui potesse ammirare il suo fondoschiena con un ridottissimo perizoma, e si sdraiò di nuovo sulla chaise-longue, eccitatissima. Moriva dalla voglia di sentire quelle mani sulla sua pelle, e quelle labbra sulle sue.

Si passò quasi senza rendersi conto la mano sul seno, immaginando che fosse la sua. Lui continuava a guardarla, come a spronarla di continuare. Rossella, stuzzicata dalla sua espressione colma di desiderio, si infilò una mano nelle mutandine. L’uomo, fissandola con un sorriso beffardo, si sfregò le dita, pollice contro indice e medio, come se desiderasse che le dita in quelle mutandine fossero le sue. Rossella a un tratto si ricordò che le regole doveva stabilirle lei, quindi interruppe il gioco, seppur a malincuore, e rientrò in casa, non senza essersi prima chinata ben bene per raccogliere la camicia da terra.

Venerdì, ore 18.

Non le sembrava vero che fosse finita quella settimana, che aveva atteso con tanta ansia e che, invece, era stata davvero intrigante. Rossella era eccitata oltremisura per la serata, immaginava che sarebbero andati ben oltre i giochi di sguardi e i baci lanciati da un balcone all’altro. Si chiese se fosse il caso di chiedergli di salire da lei, o accettare un eventuale invito da parte sua. Nel dubbio, durante la pausa pranzo aveva fatto una scappata in centro per comprarsi un nuovo completino intimo. Era rosso borgogna, di pizzo, con il reggiseno a bustino e il perizoma, e si intonava perfettamente al suo incarnato, o almeno così le aveva assicurato la commessa del negozio. Si era addirittura fatta la doccia e cambiata in ufficio poco prima di uscire, per non perdere minuti preziosi una volta arrivata a casa. Aveva mille pensieri per la testa, quindi, quando aprì la porta di casa. Si fermò un attimo per riprendere a respirare con regolarità: non poteva scaraventarsi fuori dalla portafinestra come se non pensasse ad altro da tutto il giorno, anche se era esattamente così, ma doveva darsi un contegno.

Quindi si tolse le scarpe, si mise un filo di rossetto e aprì una nuova bottiglia di vino.

Con calma, poi, aprì le persiane per uscire sul balcone, col cuore che batteva all’impazzata.

Guardò subito in direzione del balcone dell’uomo del mistero e quel cuore, che fino a un istante prima ballava la macarena, sembrò fermarsi di colpo. Le persiane erano chiuse, non c’erano segni di vita, né un bicchiere, né un giornale abbandonato. Tutto era perfettamente in ordine, asettico. E lui non c’era. Poi lo vide. Un biglietto attaccato alla ringhiera, con un’enorme bocca rossa disegnata sopra. Che fosse per lei? Decise che fosse così, quindi fece di corsa il giro del caseggiato e attraversò il cortile, in missione. Le finestre di tutti i vicini continuavano a essere chiuse, non temeva quindi di venire sorpresa a ficcare il naso nei balconi degli altri. Meno male che erano a piano terra, almeno, si disse, sempre più delusa. Intanto la sua solita vocina interna continuava a ripeterle che lui sicuramente aveva avuto un contrattempo e quel bigliettino conteneva le scuse e magari un invito a cena.

Insomma, non era ancora arrivata alla ringhiera, che praticamente era già fidanzata ufficialmente.

Con mani tremanti staccò la busta, dove vide scritto: “Per la dirimpettaia più sexy che io abbia mai incontrato”. Rossella ridacchiò e lacerò la busta.

All’interno un foglietto ripiegato, scritto fittamente con una grafia ordinata e lineare, che la donna lesse tutto d’un fiato:

“È stato davvero intrigante giocare con te, sexy sconosciuta! Avrei voluto esplorare altri livelli, più profondi, del nostro gioco, ma a malincuore debbo abbandonare la partita. Mi trovavo qui ospite di un amico, perché avevo un impegno di lavoro in città e lui mi ha gentilmente offerto casa sua, ignorando le potenzialità del suo vicinato. Non so se tornerò, col tipo di lavoro che svolgo non posso fare progetti a lungo termine, ma mi piacerebbe molto rivederti. Ti lascio il mio numero di telefono, spero che non ti farai scrupoli a salvarlo nella tua rubrica e a utilizzarlo al meglio. Arrivederci, almeno spero”

Eh sì, era stata davvero una settimana intrigante, si disse Rossella col bigliettino in mano e la morte nel cuore.

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Torta panna e fragole

Quella settimana era stata davvero snervante, ma ormai il weekend era organizzato e si doveva partire. Giusy e Teresa avevano una cara amica da raggiungere per il compleanno: destinazione Catania! L’aereo atterrò in perfetto orario un sabato mattina soleggiato e caldo di fine maggio. Ad attenderle Stefano, il fratello di Concetta, la festeggiata, un ragazzo alto, moro e abbronzato dal lavoro in campagna nel vigneto di famiglia. Subito tra i tre si stabilì una piacevole intesa di sguardi e battute simpatiche, il viaggio in auto per raggiungere la tenuta fu un bel modo per conoscersi. Arrivati a destinazione, un casale di campagna nel quale era stato ricavato un B&B, le ragazze avevano già dimenticato le fatiche del lavoro della settimana appena trascorsa. Concetta aveva previsto un aperitivo di benvenuto a bordo piscina per le amiche, che passate velocemente dalla stanza assegnata, si erano messe comode con costume e ciabatte viste le temperature. Un ottimo bicchiere di vino bianco, qualche fettina di formaggio ed è subito festa. Le ragazze, amiche da anni per via dell’università, non impiegarono molto a terminare la prima bottiglia della giornata. Musica, sole, piscina, risate, vino; il pomeriggio passò in un lampo, ma Stefano le teneva d’occhio e ogni tanto spuntava a regalare sorrisi… Teresa e Giusy erano molto amiche e non avevano mai avuto gli stessi gusti in fatto di ragazzi, ma in questo caso si sentivano stranamente attratte entrambe dallo stesso uomo. Mentre erano in stanza a prepararsi per la cena si confrontarono e decisero che avrebbero lasciato fare al caso, cioè se Stefano ci avesse provato con una piuttosto che con l’altra poco importava, l’uomo avrebbe dovuto scegliere così non ci sarebbe stato alcun conflitto! Per cena altre due coppie si unirono alla festicciola e finalmente arrivò anche Luca, il ragazzo di Concetta. Tutti insieme sotto il portico fronte piscina si gustarono una semplice ma gustosa cena. Stefano prese posto tra Giusy e Teresa, coccolando un po’ l’una, un po’ l’altra. A un tratto Giusy prese il telefono, si alzò con la scusa di andare in bagno e inviò un sms a Teresa : “Ma che sta facendo secondo te? Io sono perplessa…” Teresa le rispose: “Amica mia, secondo me ci vuole entrambe… che dici si può fare? Ricordi quella sera in Spagna, quando Serena e Alex finirono ubriachi nel mio letto e…. ecco potremmo prendere spunto, se ti va…”

Giusy rimase un attimo a pensare, ma in fondo che aveva da perdere? Conosceva il corpo di Teresa e spesso si erano viste nude, avevano dormito nello stesso letto infinite volte, quindi con l’alcol che la inebriava e la giusta dose di piacere per la scoperta rispose “Sì, ci sto, ma lasciamo a lui il controllo”. Teresa guardò il messaggio e sorridendo continuò a sorseggiare il suo vino. La torta di compleanno era un tripudio di morbidissimo pan di spagna, panna e fragole. Il vino ormai aveva sortito i suoi effetti, alzarono il volume della musica e ballarono fino a tarda sera. Rimasero alla fine Concetta e Luca che visto l’orario si ritirarono nella loro parte di casa, mentre Stefano e le ragazze si attivarono per riordinare, tra mille sguardi e sorrisetti. Mentre portavano i resti di quella meravigliosa torta in cucina, Stefano con le mani ne prese due quadrati e ne infilò uno in bocca a Teresa e uno a Giusy. Entrambe trattennero le dita di Stefano in bocca e se le gustarono leccando via tutta la panna. Quel gesto diede il via alla seconda parte della serata. Presero quel poco che restava della torta e una bottiglia di vino, fiondandosi in camera delle ragazze. Giusy e Teresa, sbottonata la camicia di Stefano e raccolta un po’ di panna la spalmarono sul suo petto. Giusy si abbassò e slacciati i pantaloni prese in bocca quel turgido pene, mentre Teresa con agilità si tolse i vestiti restando con un misero tanga e optò per prendere dalla sacca il suo vibratore. Si avvicinò e leccata via la panna dal petto di Stefano scese con Giusy a succhiarglielo. Le loro bocche si sfioravano con in mezzo il membro di Stefano le loro lingue gli si arrotolavano attorno, trascinarono Stefano sul letto che vista la situazione non sapeva più chi scegliere; due donne attraenti sotto di lui… stava impazzendo! Teresa prese il suo vibratore e iniziò a giocarci mentre Stefano infilò le dita dentro Giusy trovandola calda e bagnata. Prese un po’ di torta e la spalmò sulla pancia e sulla figa di entrambe, appoggiò la lingua e leccando con cura tolse la torta prima da una poi dall’altra, erano tutti eccitati e vogliosi, Teresa stava già per venire, quella situazione la intrigava moltissimo. I corpi caldi che si toccano, le mani che sfiorano e accarezzano ovunque, i baci con le lingue di tutti che si intrecciano, la panna e le fragole della torta che addolciscono tutto…. si fermò per un attimo e cambiando posizione lasciò spazio perché Stefano potesse penetrare Giusy. Teresa si mise a gambe aperte con la testa di Giusy appoggiata alla sua coscia, mentre Stefano penetrava con vigore l’amica, aveva a disposizione anche la sua fighetta calda e bagnata da leccare e con il vibratore continuava a masturbarsi. Sotto i possenti movimenti di Stefano Giusy colava di piacere e rumorosamente raggiunse un intenso orgasmo, mentre Teresa si godeva ancora un po’ la lingua travolgente di Stefano che la faceva tremare. Tra i gemiti chiese a Stefano di venirle in bocca, richiesta che lui accolse con grande sorpresa e piacere! Raggiunto l’orgasmo si accasciarono tutti appiccicosi, sorridenti e stanchi. Prima di andare in doccia terminarono la torta e il vino. Buona notte…