Monache e Pescatori

1400. Venezia, Isola di Sant’Angelo della Polvere, convento Benedettino

Nella splendida laguna Veneta, a sud, l’isola di Sant’Angelo sembrava un quadretto idilliaco. Sull’isola sorgeva una struttura convenutale molto ben studiata, le due ali del convento sui lati più esposti ai venti, una bellissima scalinata, con un piccolo porticciolo e al centro un grande parco riparato e soleggiato… il paradiso terrestre delle monache. La vita scorreva felice e beata, le fanciulle, tutte provenienti da famiglie ricche e potenti di Venezia e zone limitrofe, a un tratto iniziarono però a soffrire di eccessiva solitudine e noia. Un giorno a settimana avevano in visita i pescatori che portavano loro pesce e provviste dalla terraferma, iniziarono così a instaurarsi rapporti di vera devozione. Giorgio, barcaiolo e uomo prestante pensò a organizzare incontri e feste su indicazione della Badessa. Lei selezionava le monache più disponibili anche in base alle richieste dei baldanzosi giovani che Giorgio conosceva sulla terraferma. Come primo appuntamento si presentarono i fratelli Andrea e Paolo che vennero accolti dalle giovani in un chiostro ben arredato, bevvero vino e mangiarono una frittura di pesce. I quattro si avviarono all’interno della stessa cella e si abbandonarono ai piaceri della carne, Andrea a sentore personale si lanciò con Filippa e Paolo con Lucia. Ne uscì una bella serata, di scambi e intrecci di corpi, piacere e seduzione, Filippa e Lucia erano due donne intraprendenti, nelle ore di lettura in biblioteca avevano dato sfogo a certi interessi, facendo richiesta alle famiglie di origine di avere libri e testi non solo sacri. In effetti ci avevano visto lungo e il tutto tornava utile.

Finita la serata Andrea e Paolo vennero trasferiti sulla terraferma.

Nei giorni seguenti, dopo le ore di studio, alcune sorelle si ritirarono in una zona isolata del parco e si scambiarono alcune dritte e informazioni per i futuri incontri, a Filippa e Lucia volevano unirsi anche Clara, Costanza, Donata, Valeria e Margherita, stanche e intristite da quella vita inutile e solitaria mai sentita veramente loro. Le donne si ritrovarono nella notte in una delle loro celle per fare pratica e confrontarsi su dei modus operandi poco conosciuti là tra le altre consorelle… Valeria e Margherita, abbastanza inclini all’omosessualità, provarono a darsi piacere, riuscendo bene nell’intento e trovando in quella situazione un momento di gioiosa intimità.

Al mattino presto passavano le barche dei loro amici pescatori, per salutarli le monache si mettevano alla finestra delle celle; alcune con il petto nudo altre con la gonna sollevata e il sedere in mostra. Gli uomini gradivano molto quel momento della giornata e per ricompensare le sorelle, al rientro, lasciavano ceste con pesce fresco e ostriche.

Con il benestare della Badessa, visto il ritorno in denaro e favori per tutto il monastero, le ragazze potevano agire in modo indisturbato e chiunque delle altre volesse unirsi era benvenuta.

Valeria e Margherita erano diventate oggetto del desiderio di un nobile ragazzo, tal Benedetto, che andava a prenderle e le portava a spasso per la laguna, fino ad arrivare in tranquilli lidi isolati e dare il meglio di sé… beata spensieratezza…Valeria e Margherita si lasciarono andare a tutto ciò che immaginavano nei loro sogni più nascosti, libere di essere ciò che dentro le quattro mura erano costrette a nascondere. Benedetto, uomo dalla fortuna inaspettata, si godeva a pieno quelle gite di piacere, avvolto dalle attenzioni delle due ragazze. Tornato sulla terraferma, Benedetto inviava sempre regali e cibo per il convento.

Nel frattempo la Badessa aveva deciso di organizzare una festa……

La faticosa vita di una slave

Ogni mattina una slave si alza e sa che dovrà affrontare una dura giornata, ricca di marpioni da falciare, pregiudizi contro cui combattere e, fatica più piacevole, desideri del padrone da esaudire.

I marpioni da falciare sono molti, soprattutto sui social, ma non devi necessariamente essere una slave per doverti districare tra questi polpi virtuali che ti assalgono ogni giorno, basta essere una donna e avere un profilo social di qualunque tipo.
Se poi malauguratamente il tuo padrone apprezza che tu metta nel tuo profilo kinky una foto sexy, la maggior parte dei polpi di cui sopra si sentono autorizzati a mandarti foto del loro “gioiello” senza nemmeno chiederti se apprezzi o meno, perché, da decerebrati quali sono, pensano che tu stia tutto il giorno ad aspettare solo quello… e proprio il loro, per giunta. Il massimo, poi, arriva quando, per cercare di frenare le avances, tu fai presente che appartieni a un padrone, e loro capiscono che tu stai parlando di un protettore. In quel caso, come capirete, il tasto “blocca” si schiaccia da solo!
Quando poi sei una novellina nel campo, nonostante la tua veneranda età, insorge un ulteriore problema, se ti capita che il tuo interlocutore, una volta tanto, non sia un polpo ma una persona con cui chiacchierare di argomenti di cui è complicato parlare con le amiche… sei nel mezzo di una conversazione interessante e lui comincia a citare nomi in inglese di attrezzi o pratiche che tu non hai mai sentito nominare, anche se magari le hai pure provate! E siccome la sindrome da prima della classe non ti ha mai abbandonato, ti tocca chattare con la pagina di Google aperta, per cercare il significato di una parola su due, senza dimenticare di cancellare poi la cronologia delle tue ricerche, che non si sa mai!

Per quanto riguarda i pregiudizi, quello più radicato è che, siccome sei una slave, allora la tua caratteristica è quella di obbedire a chicchessia, come un cagnolino ammaestrato. Tu cerchi di spiegare che l’obbedienza di una slave si deve conquistare, come la sua fiducia, ma alla fine capisci che i mulini a vento sarebbero più utili da combattere, quindi li lasci nella loro crassa ignoranza e passi oltre… non meritano il tuo tempo e le tue parole.

I desideri del padrone da esaudire sono la parte più interessante delle fatiche di una slave. Ti può venire richiesta la foto del buongiorno, tutti i giorni. Quindi tu ogni mattina devi arrancare in bagno, cercando di recuperare un minimo di lucidità, quel tanto che basta per saltare sul tacco 15 (che foto del buongiorno sarebbe, senza un tacco 15?) senza azzopparti o procurati dei danni permanenti a qualche articolazione, ricordarti di metterti il collare, posizionare il cellulare, assumere la posizione preferita dal tuo master e scattare. Di posizioni ce ne sono diverse, ma fortunatamente tutte prevedono lo sguardo basso: almeno non sei obbligata a truccarti!
E poi il tuo master potrebbe pretendere che tu abbia sempre lo smalto su mani e piedi, del colore che piace a lui, e ben curato, quindi la manicure sera sì e sera no è un must. Ma i suoi messaggi di apprezzamento ripagano in pieno le fatiche che fai, e sei felice di aver ottenuto la sua approvazione.

Può però capitare che il rapporto con il tuo master si interrompa, per mille motivi, come capita in ogni tipo di relazione.
E allora ti assalgono mille dubbi… Una slave è tale anche se non ha più il suo master? È la slave che sceglie il master, o il contrario? Come si fa a scegliere un nuovo master? Perché una cosa è certa: come slave hai bisogno di appartenere a qualcuno, hai buttato il collare del tuo master in un angolo dell’armadio, lontano dagli occhi e dal cuore, ma la stretta del collare sulla gola ti manca da morire e sai che quello non lo vuoi più indossare. Paradossalmente, sei più libera di respirare, eppure senti che senza collare l’aria ti manca, anche se hai fatto tanta resistenza a metterlo, all’inizio.
Quindi, l’unica cosa che resta da fare, se sei una slave intraprendente e che non ama stare con le mani in mano ad attendere che le cose accadano, è organizzare dei casting per il nuovo master: ormai sai quello che vuoi, sai quanto vali e sai che non ti vuoi accontentare…
La notizia si è sparsa in giro, devi solo decidere come valutare i candidati.
I primi da scartare sono i master part-time, categoria molto nutrita e agguerrita.
Di solito sono sposati, ma non è mai una cosa seria, e sono tutti lì lì per separarsi (che strana coincidenza, eh?) oppure hanno un matrimonio di facciata e, a sentire loro, sono entrambi (marito e moglie) liberi di farsi i cavoli loro. Quindi sono pronti a rivoltarti come un calzino, sbatterti come un tappeto e aprirti in due come una cozza… poi però durante il weekend non ricevono nemmeno i messaggi e stranamente spariscono…
E tu sai che, moralismi a parte, di un master così ti stuferesti presto, perché troppi sono i limiti, le rotture di scatole, e tu non sei tipo da accontentarti delle briciole di un uomo.
Poi ci sono i master improvvisati, altra categoria ben nutrita, e altrettanto pericolosa. Avere una frusta non ti rende automaticamente un master, ci vuole ben altro. Certo, se il tuo scopo è giocare a fare il master con una donna che gioca a fare la slave, una bella attrezzatura può bastare. Ma se il tuo obiettivo è più viscerale e sai che il tuo essere slave è un aspetto profondo del tuo essere, che vuoi esplorare fino in fondo, di un master del genere che te ne fai? A parte invitarlo alla festa di Halloween con tutta la sua attrezzatura, non ci puoi fare molto di più.

E poi magari spunta qualcuno, che ti fa le domande giuste, che vuole capire come sei, cosa senti, e comincia a leggerti dentro… magari la distanza è tanta, ma ti dice che si inventerà qualcosa, perché ha delle sensazioni magnifiche su di te, su di voi… e tu senti che ci vuoi stare, ci vuoi provare, a piccoli passi, senza affrettarti troppo, senza bruciare le tappe, anche se devi sforzarti di stare calma e affidarti ai suoi ritmi e non ai tuoi, che sono sempre troppo veloci!

Insomma, la vita di una slave sarà pure faticosa, ma è davvero molto molto divertente…

Negroni

Aveva un invito per un aperitivo, per la sera successiva. Non vedeva l’ora di farsi bella, scegliere le scarpe adatte al vestito, uscire, notare lo sguardo compiaciuto del suo uomo, che la teneva a braccetto e pareva volesse esibirla, come a dire: «Visto quanto è bella, quanto è sexy? Beh, è bella e sexy, ma solo io posso averla!»

Adorava quella sensazione, come lui si rendesse conto degli sguardi degli altri uomini e ne fosse compiaciuto, perché sapeva che lei era sua… almeno quella sera.

Rachele riconobbe i segnali… aveva voglia di trasgressione, di fare qualcosa di proibito agli occhi dei più, che avrebbe scandalizzato qualcuno ed eccitato da morire qualcun altro, oltre a lei.

Quando quella voglia la prendeva, e questo capitava molto spesso, a dire il vero, niente e nessuno avrebbe potuto fermarla.

Girava per casa come una trottola, decidendo cosa mettere e, soprattutto, come placare la sua voglia piccante. A un tratto si fermò davanti alla scatola rossa, dove teneva i suoi sex-toys, e le venne un’idea. Certo, lei e Andrea avevano raggiunto un buon livello di confidenza, e Rachele non era certo il tipo di donna che si vergognava ad ammettere che fare sesso le piacesse e che, soprattutto, la fantasia e la trasgressione migliorassero l’intesa di una coppia.

Quindi si decise. Sembrava una bambina che aveva trovato le scorte segrete di caramelle nascoste dalla mamma in qualche angolo: si mordicchiava il labbro e i suoi occhi tradivano le sue intenzioni birichine. Prese il cellulare, aprì la sua scatola rossa, scattò una foto e la mandò ad Andrea, con questa didascalia: “Io domani sera indosserò questo giochino, se vuoi scaricare l’app e giocare insieme a me…” Nella foto spiccava un sensuale oggetto rosa shocking che non lasciava dubbi su dove andasse inserito, né sul perché di quell’inserimento…

Dopo qualche minuto arrivò il messaggio di Andrea: “Questa sì che è una bella sorpresa… Tesoro mio, non finisci mai di stupirmi!”

Rachele ridacchiò tra sé e sé, soddisfatta della sua idea e della reazione di Andrea. Era sicura che, operativo com’era, avesse già scaricato l’app per azionare a distanza il vibratore.

Ora bisognava solo aspettare la sera successiva… Rachele ringraziò il fatto che l’aspettasse una giornata impegnativa al lavoro, che sarebbe così trascorsa in fretta e le avrebbe lasciato poco tempo per lasciarsi andare a fantasie su quanto la aspettasse.

L’abbigliamento per l’uscita era deciso: tubino blu, molto semplice, con un grande oblò sulla schiena, e i suoi sandali rossi lucidi, con quindici centimetri di tacco e un alto cinturino sulla caviglia. La disturbava un po’ il fatto che il rosso non si intonasse con il colore del vibratore, ma decise che non era molto importante, visto che, da dove doveva stare nessuno avrebbe notato la sua nuance in contrasto. Di sicuro era intonato il colore delle sue unghie, rosso fuoco, e del suo rossetto, sempre rosso e al sapore di cioccolato.

Quando Andrea le scrisse che era sotto casa sua lei estrasse il vibratore dal suo sacchetto e con un brivido di eccitazione lo inserì. Era così tanto che desiderava provare quell’esperienza, sperava proprio di aver trovato in Andrea un buon compagno di giochi.

Andrea la aspettava appoggiato alla macchina, era bellissimo: alto e atletico, indossava una camicia blu di lino con scollo alla coreana e dei jeans più chiari. Si tolse gli occhiali da sole e Rachele si sentì addosso uno sguardo eccitato e divertito insieme. Si prospettava una serata stuzzicante.

Si chinò a salutarla con un leggero bacio sulla guancia, vicinissimo alle labbra, poi le aprì lo sportello della macchina e, quando furono entrati, lui si girò verso di lei, le mise una mano sulla coscia, facendo alzare leggermente il vestito, poi prese in mano il cellulare e le disse con noncuranza, guardando il display e non lei:

«Sai, credo che stasera prenderò un Negroni. Ha pochi semplici ingredienti: 1/3 di Campari» e mentre pronunciava queste parole, Rachele sentì una scossa al basso ventre: Andrea aveva azionato per un attimo il vibratore « 1/3 di gin» altra scossa. Rachele appoggiò la schiena al sedile, eccitatissima «1/3 di vermouth» e arrivò la terza «una fetta d’arancia» quarta scossa, Rachele credeva di impazzire, non sapeva assolutamente come si preparasse il Negroni ma sperava ci volesse qualche altro ingrediente «e per finire tre cubetti di ghiaccio» ultima scossa. Rachele alzò gli occhi verso di lui, che ora la stava guardando e che notò la sua delusione «dai, mettiamone altri tre!» e fece partire per l’ultima volta il vibratore, con un movimento molto più intenso di prima.

Lo fermò appena prima che lei potesse raggiungere l’orgasmo, mise in tasca il cellulare, accese la macchina e, con fare professionale disse: «Mi sembra proprio che funzioni»

Rachele non riuscì a ribattere, era senza fiato per l’eccitazione, la sorpresa e la delusione del mancato orgasmo. Ma era nelle regole del gioco: lei gli aveva affidato il controllo del suo piacere e per quella sera sarebbe stata nelle sue mani. La cosa non le dispiaceva affatto, anzi. Dalle prove generali di qualche istante prima, oltretutto, le pareva che se la cavasse egregiamente il ragazzo. Quell’aria di noncuranza poi, quasi di indifferenza verso di lei, la faceva impazzire, innescava il suo bisogno di implorare attenzioni e il suo piacere quando sembrava non riceverne.

Le aspettative per la serata si alzavano sempre più.

Andrea aveva prenotato un tavolo per due sulla terrazza panoramica di un hotel in pieno centro storico: da lì si vedevano i tetti della città, c’era una luce dorata che rendeva tutto magico.

Si accomodarono al loro posto, ordinarono due Negroni e Andrea sistemò il cellulare accanto a lui.

Rachele disse sogghignando: «Non riuscirò più a bere un Negroni senza eccitarmi, credo»

Partì una scossa che la fece sobbalzare, non se l’aspettava proprio.

«Tu dici?» le chiese lui con nonchalance, ancora una volta.

Rachele controllò il tavolo vicino, per capire se si fossero accorti di qualcosa. Era occupato da due signore di una certa età che sorseggiavano vino bianco e si guardavano intorno, ma sembrava che non avessero notato nulla.

Andrea la stava guardando, aveva capito cosa stesse controllando e si sporse verso di lei per sussurrarle qualcosa all’orecchio. Lei fece altrettanto, si alzò leggermente dalla sua sedia e, quando furono molto vicini, partì un’intensa vibrazione e lui le disse: «L’idea che tu sia qui con me, bellissima e sexy da morire, e che io ti faccia godere in pubblico davanti a tutti mi fa impazzire di desiderio. Avrei voglia di metterti sul tavolo e scoparti per tutta la sera!»

Rachele rabbrividì e cercò di contenere gli squittii che avrebbe voluto emettere per quanto stava godendo. Avrebbe voluto avvinghiarsi a lui e lasciarsi andare del tutto. Era una situazione intrigante da morire, era così felice di essere riuscita a coinvolgere Andrea nella sua fantasia e pareva proprio che lui ci si trovasse a suo agio.

La vibrazione cessò, i due cercarono di darsi un contegno, soprattutto perché arrivò il cameriere con i loro cocktail. Rachele si nascose dietro al bicchiere e bevve il primo sorso del suo Negroni. Era ghiacciato e aspro, molto forte. Doveva mangiare qualcosa, la situazione era davvero pericolosa: lei brilla, con un uomo fantastico di fronte e un vibratore dentro di lei, che poteva partire da un momento all’altro? Sì, era proprio il caso di fare un po’ di strato, come diceva sempre la sua amica Anna.

Lei e Andrea cominciarono a chiacchierare del più e del meno, la conversazione era molto piacevole, avevano parecchi interessi in comune, e l’alcol scioglieva ancora di più la lingua.

Rachele quasi si era scordata del suo giochino, quando, mentre stava mangiando un’oliva, lui lo azionò, fortissimo. Lei fece un salto sulla sedia e per poco l’oliva non le andò di traverso. Cominciò a tossire e dovette bere un bel sorso di Negroni per calmare la tosse. Una volta che si fu ripresa, guardò con aria di disapprovazione il suo compagno di fronte a lei, che si stava divertendo da morire;

«Ma sei impazzito? Devi farmi godere da morire, non farmi morire e basta!»

Forse il suo tono era troppo alto, ma se ne accorse troppo tardi: aveva attirato l’attenzione delle due anziane vicine di tavolo.

Le si rivolsero con aria preoccupata, la stessa espressione con cui accorreva sua nonna quando lei, imbranata e impacciatissima, si era fatta male come al solito.

«Signorina va tutto bene? Vuole un po’ d’acqua? Vedo che non l’avete ordinata, ma noi l’abbiamo se vi occorre».

Andrea intervenne a rassicurare le quasi nonne adottive di Rachele: «Tranquille signore, è tutto a posto, anzi grazie per la vostra premura. La signorina qui è tanto bella quanto sbadata, e combina spesso dei guai» disse con tono paternalistico.

Rachele aumentò la dose di disapprovazione nel suo sguardo, finché Andrea si alzò, le prese il viso tra le mani e la baciò teneramente, sussurrandole poi all’orecchio: «Scusa tesoro, ma è stato più forte di me. Adoro la tua espressione quando sei imbarazzata. Sei stupenda».

Come poteva rimanere arrabbiata con lui, se le diceva certe cose? Sicura di averlo guardato con gli occhi a cuoricini, ripresero la loro conversazione. Rachele stavolta stava all’erta, prima di mangiare o bere qualsiasi cosa controllava che lui non armeggiasse col cellulare: già si immaginava il vibratore che si azionava nel momento sbagliato e Andrea che veniva innaffiato da mezzo bicchiere di Negroni, sputato da lei senza pietà. Di sicuro gli sarebbe stato bene, ma lei avrebbe perso qualche punto in charme e femminilità, assomigliando di più a panzuti avventori di un sordido pub irlandese.

Lui aveva intuito i suoi piani malvagi e la sua espressione era sempre più divertita.

Avevano quasi terminato il secondo cocktail, era scesa la sera e ora i tetti non si vedevano più, solo le luci delle case e delle strade. La terrazza cominciava a svuotarsi, i due si guardarono e si capirono, senza bisogno di parlarsi.

Il giochino di Rachele cominciò a emettere una vibrazione leggera, continua.

Lei si rilassò, si appoggiò allo schienale della sedia e chiuse gli occhi, decisa a godersi il momento e incurante di chi le stesse intorno. Aprì un attimo gli occhi e incontrò lo sguardo di Andrea, pieno di desiderio di lei, di desiderio di procurarle piacere. Si morse le labbra per non emettere suoni, strinse forte i bordi del tavolo con le mani e si preparò, fradicia per l’eccitazione, a lasciarsi andare al suo primo orgasmo in pubblico.

La vibrazione aumentò ancora, Rachele chiuse di nuovo gli occhi. E Andrea alzò di nuovo il livello di intensità. Stava per essere trasportata verso il culmine del piacere quando qualcosa la distrasse dal suo stato di trance. Le due anziane signore stavano avendo un animato scambio di battute.

«Controlla se è il tuo, non lo senti?»

«Ma se ti ho detto che l’ho dimenticato in macchina, come può essere il mio? Piuttosto, sei sicura che non sia il tuo, che non lo spegni mai?»

«Cosa credi, che sia stupida del tutto? Ho controllato, e l’ho pure spento per sicurezza!»

«Ma allora cosa sarà mai questo rumore fastidioso? Aspetta che controllo meglio» e dicendo così l’anziana donna si chinò a prendere la borsa, tirando una gomitata a Rachele che per lo spavento si riscosse e, soprattutto, si rese conto, insieme ad Andrea, che il rumore fastidioso la stava procurando la forte vibrazione sulla sedia in legno di Rachele, che aveva funzionato come un’ottima cassa di risonanza e aveva messo in allarme le loro vicine.

I due scoppiarono a ridere, Andrea spense in fretta il vibratore di Rachele e poi la guardò di sottecchi, cercando di fare finta di nulla.

Le due donne, una volta terminato il fastidioso rumore, si tranquillizzarono.

«Mamma mia, ho pensato che potesse essere il pace-maker di qualcuno che aveva smesso di funzionare, che paura… »

Andrea si alzò dal tavolo, salutò le vecchiette pettegole e, mentre uscivano, mise un braccio intorno alla vita di Rachele e le disse: «Sei una donna decisamente fuori dagli schemi, con te nulla va mai come dovrebbe andare. Ora ti porto a casa mia e ti faccio arrivare a tutti gli orgasmi che riuscirai ad avere stanotte. Sei fantastica» E poi, con un bacio appassionato, le levò il suo diritto di replica. Che poi, cosa avrebbe mai avuto da replicare?

#distantimauniti

Passano i giorni. Guardo e riguardo quella foto che mi hai inviato. Immagino, penso, rifletto e non ci trovo nulla di sbagliato anzi, mi eccita da impazzire l’idea di essere così in sintonia da completarci in un aspetto molto profondo di noi. Amo la voglia che fai nascere in me con queste richieste…. l’intrigo che si accende per assecondare dei desideri, per conoscerci, per scoprirci. Ci fidiamo l’uno dell’altro e ci raccontiamo tutto… come un fiume in piena. Nonostante il tempo che trascorriamo lontani, non mi è mai passato per la testa nemmeno di guardare qualcun’altro. Non c’è obbligo, non c’è fatica, ci sei tu e la voglia di rivedersi per viverci, qualsiasi cosa sarà.

Decido di andare al sexy-shop per vedere cosa si può acquistare per divertirci ed eccitarci, tra poco sarà il tuo compleanno e voglio mandarti delle foto speciali. Sai molte cose di me, e con quell’immagine hai colto il mio lato dominante e quasi maschile. Con te non c’è forza, ma dolcezza, perché in questo gesto apparentemente di dominazione trovo invece ci sia solo la volontà di darti piacere, soddisfarti e soprattutto renderti felice. Per quanto dal canto mio già solo l’idea di farlo mi fa gocciolare un rivolo di piacere tra le gambe.

Entrata in negozio mi accoglie Heidi, una ragazza americana davvero simpatica e professionale, che trasforma quel momento un po’ particolare per me, in un tripudio di sorrisi e spiegazioni fondamentali. Mi sento a mio agio e parlando liberamente me ne torno a casa entusiasta con i miei, i nostri acquisti.

Finalmente, agitata e tremolante riesco ad avere tempo per indossare le cose acquistate e capire come mi sento per poi decidere se scattare le foto. non mi sono mai vista così prima e non so come sarà. Nella mia immaginazione era una cosa che volevo provare da tempo, ma non avevo mai avuto nessuno con cui condividere tutto questo. Osservo la cintura strapon, sento lo stomaco che si chiude in un modo strano, sale l’adrenalina e mi piace quello che vedo. Appena infilata la tutina total body in pizzo nero, sopra alla cintura, tutto prende una forma ancora più completa e mi eccita da impazzire, sono bagnatissima solo all’idea di possederti in quel modo. Heidi mi ha suggerito di acquistare anche una mascherina in pizzo e il nostro adorato frustino, con un lato di piume per solleticare e uno più rigido per darti un bel colpo sulle chiappe mentre sei lì agonizzante di piacere, sotto di me…

Grazie al telecomando Bluetooth è tutto più semplice, in poco tempo mi diletto con gli scatti, sempre più vogliosa ed eccitata all’idea di cosa succederà quando vedrai quelle immagini, ma soprattutto quando tornerai!

Già le nostre stupide confidenze… che con tanta spensieratezza di raccontarci un segreto, forse hanno aperto una porta un po’ troppo impegnativa… Avere un’affinità particolare che permette di essere se stessi senza giudizi e poter scoprire ogni lato di se abbandonandosi con fiducia l’uno all’altro senza riserve. Quel legame profondo che unisce più di ogni inutile promessa, noi e le nostre stranezze che ci hanno conquistato più di ogni barlume di normalità.

LoveSecret

2.0

Come d’abitudine, anche quella sera, Sophie si fermò al 2.0, dopo la sua lezione di danza, per mettere qualcosa nello stomaco e aspettare il suo ragazzo…quel ragazzo che un giorno l’amava alla follia e il giorno dopo amava tutte le altre. Sophie sapeva tutto ciò ma voleva far finta di non saperlo pur di non perderlo.

Il 2.0 era il bar che frequentavano entrambi ancora prima di conoscersi, era un locale di paese che voleva somigliare a quei posti glamour che si vedono nei film anche se di somiglianze ne aveva davvero poche, ma ci si divertiva davvero un sacco e questo era quello che contava.

 Jack, il proprietario, gestiva il 2.0 da solo, alcune volte era aiutato dalla fidanzata che andava e veniva dai suoi mille impegni.  Era un bel ragazzo, alto, con i muscoli al posto giusto, simpatico non sbruffone, una parola e un sorriso sempre per tutti. Un amico, per Sophie era un amico.

Quel fine settimana era in programma una festa nella grande sala del primo piano del bar, buon cibo, musica e tanta bella gente. Jack aveva studiato la sistemazione dei tavoli per tutto il giorno.

Quando arrivò Sophie le preparò il suo panino preferito, glielo portò al tavolo e tornò dietro al bancone a servire altri clienti appena entrati.

Assorta nei suoi pensieri, Sophie finì il panino senza quasi accorgersene e si mise a guardare il cellulare in attesa di un messaggio del suo amato che non voleva proprio arrivare.

Jack le chiese se aveva voglia di darle un parere sulla disposizione dei tavoli perché voleva che fosse tutto perfetto.  “Perché no”, pensò Sophie, “tanto non ho nulla da fare!”

Salì e si guardò attorno, tutto era ben disposto, i tavoli, i divanetti, l’impianto stereo e il bancone dei cocktail, ogni cosa nel punto giusto. Gli disse che aveva fatto tutto a regola d’arte e si incamminò verso le scale.

Ma qualcosa glielo impediva… il suo braccio era trattenuto da Jack che prontamente la tirò contro il suo petto e affondò la sua lingua nelle labbra di Sophie che non capiva, era frastornata, confusa ma anche stranamente eccitata. Senza capire perché, dopo un attimo di esitazione, rispose a quel bacio aprendo la bocca per accoglierlo. Colse al volo l’invito e intrecciò la sua lingua a quella di Jack. Lui la strinse a sé con decisione. Sophie si eccitò a tal punto che senti l’umore scorrerle tra le cosce.

“Quanto mi piace il tuo corpo” affermò Jack stringendo i pugni lungo i fianchi e ansimando in preda al desiderio. Le mise le mani sotto la t-shirt fino a raggiungere i seni gonfi che cominciò a strizzare e massaggiare. Le avvicinò la faccia al collo aspirando a fondo come se stesse inalando il suo odore. Sophie chiuse gli occhi, gemette e gettò indietro la testa offrendosi. Jack si dedicò al suo seno per lunghi minuti, succhiando, tirando, accarezzandolo e mordicchiando la punta dei capezzoli finché non divennero due fragole rosse mature, pronte per essere mangiate.

Sophie inarcò il bacino verso di lui in cerca di qualcosa, qualunque cosa in grado di darle sollievo da quella dolce e lenta tortura. La parte più solida di Jack sfregava nel punto in cui ora lei lo voleva di più, in preda alla lussuria, si stava bagnando ed era eccitata in maniera quasi indecente.

Improvvisamente lui si fermò, la guardò e con voce dolce e sexy le chiese se andasse tutto bene, se stesse bene. Bastò questa semplice domanda a farla andare in estasi. Annuì. Jack si slacciò i jeans e li fece scivolare lungo le gambe muscolose, quindi lo liberò, il suo grosso membro era bagnato sulla punta. Sophie si avvicinò per leccare la goccia, gemendo a quel sapore e cominciò a succhiarlo per tutta la lunghezza. Stava per esplodere. Delicatamente la adagiò su uno dei divanetti, le alzò la gonna e spostò il tanga, “Ti voglio di più” le disse. I loro corpi cominciarono a sbattere l’uno contro l’altro, fradici di piacere, il movimento del suo membro che entrava ed usciva stimolava tutto il tessuto ipersensibile di Sophie mandandola fuori di testa. Era il paradiso e l’inferno assieme. Ogni spinta era così deliziosa da farli sospirare. Lui diede un’altra spinta violenta quanto delicata, lei trattenne il fiato, sentendo le pulsazioni dell’orgasmo che stava per esplodere. Contrassero ogni muscolo, ogni terminazione nervosa esplose e le onde del piacere li travolsero.

Erano su un altro pianeta…ma il suono dei messaggi del cellulare di Sophie li riportò alla realtà, era il suo ragazzo…stava per arrivare.

LoveSecret

Tequila boom

Uno shot di tequila, ma prima di berlo si deve bagnare la pelle tra il pollice e l’indice con il succo del lime, strofinando la fetta, ed un pizzico di sale sopra il liquido. Poi si succhia, ed infine giù la tequila! Ecco diciamo che Sissi e John avevano dato un’interpretazione tutta loro di dove spalmare il liquido del lime, il pizzico di sale e quando bere la tequila… ma si sa, nessuna fantasia deve avere limiti. Si spalmavano il lime a vicenda, sui corpi nudi, caldi ed eccitati, leccandosi ovunque e sorseggiando tequila… dalla finestra aperta si sentiva una musica piacevole in sottofondo. I mariachi si esibivano in un tipico folk allegro che movimentava quel gioco di corpi. Sissi prese in bocca il turgido pene di John, lui la afferrò per le gambe e si portò la sua dolce fichetta sulla bocca… entrambi si succhiavano e assaporavano con intensità e desiderio come a non volersi lasciar sfuggire nulla. La lingua di Sissi correva su e giù fino sotto le palle e succhiava profondamente quel pene così gonfio solo per lei. La bocca di John traboccava degli umori di Sissi che si stava lasciando andare e aveva una gran voglia di sentire John tra le sue gambe. Così, si girò e si prese quel che voleva, finalmente sentiva quel pene trafiggerla con vigore. Su e giù piano, poi un po’ più veloce, John aveva la splendida visuale del corpo di Sissi e allungando le mani poteva tenere i suoi seni. Sissi dal canto suo si prendeva cura delle palle di John accarezzandole e stimolandole. Ma a quel punto John doveva spostarsi o non sarebbe durato a lungo, prese Sissi e la mise a pancia in giù, facendole tenere le gambe chiuse.”Oh accidenti, così impazzirò“ si dimenò per un attimo Sissi, ma poi si arrese a quella breve sottomissione. Era bagnatissima, John le stimolava con delicatezza l’ano. Dopo qualche minuto in quella posizione alzò il ventre di Sissi, che riuscì ad aprire le gambe e mettersi comoda per ricevere John fino in fondo, si sciolse definitivamente nel sentire ancora il dito di John sul suo culetto quasi desideroso di avere di più… la penetrazione di John era intensa e profonda e Sissi non voleva smettere di sentirla. Meno male i Mariachi coprivano parte delle sue grida di piacere o quelli della camera a fianco avrebbero chiamato la polizia! John le assestò uno schiaffetto sulle chiappe. Da quel momento non passo molto che entrambi arrivarono al culmine del piacere e caddero sfiniti in un abbraccio. La bottiglia di tequila era a metà ma sicuramente avrebbero trovato il modo di terminarla…

Caccia al tesoro

Valeria teneva quella scatola in grembo da oltre cinque minuti, senza trovare il coraggio di aprirla, anche se la tentazione era forte, fortissima.
Lui le aveva scritto qualche giorno prima: «Riceverai un pacco. Aprendolo, capirai quello che voglio da te».

Quando riceveva questi ordini si eccitava da morire, e più criptici erano, più la facevano eccitare. Lui lo sapeva, e si divertiva a stuzzicarla, giocando con lei come il gatto col topolino.

E ora il pacco era lì davanti a lei, sapeva che, una volta aperto, non sarebbe più stata in grado di fermarsi, ma avrebbe eseguito alla lettera tutto ciò che lui le avesse ordinato di fare. Respirò profondamente e cercò di capire se era più impaurita o eccitata. Nel frattempo, come per temporeggiare, soppesò bene il pacco. Non era particolarmente pesante, a Valeria sfuggì una risatina e commentò tra sé e sé: «Peccato, non ci sono di sicuro delle catene».
Era arrivato il momento di affrontare il mistero: Valeria lacerò la carta e, più in fretta possibile, come se avesse paura di tirarsi indietro, aprì la scatola di cartone rosa shocking.

La prima cosa che notò furono un paio di décolleté di vernice nera, con un altissimo tacco a spillo e con la suola rosso fuoco. Il respiro le si mozzò, non credeva di aver mai visto nulla di più sexy e intrigante. Quando il ritmo del suo respiro tornò alla normalità, si rese conto che nella scatola c’era anche altro. Sul fondo scorse qualcosa di bianco, traslucido. Era un impermeabile, abbastanza corto, con una semplice cintura in vita come chiusura. Poi un sacchettino di seta nera. Valeria aprì il nastrino e vide che conteneva un tanga di pizzo che lasciava ben poco all’immaginazione e un paio di autoreggenti nere, velate e impalpabili.

E per ultimo, una busta dello stesso colore della scatola. La aprì con mani tremanti, era il momento della verità. Lì avrebbe trovato le istruzioni, che non vedeva l’ora di mettere in atto.

Cominciò a leggere: «Presentati alla reception dell’Hotel Savoia Excelsior alle 21. Presenta alla reception la card che trovi nella busta e riceverai ulteriori istruzioni».
Valeria era eccitatissima. Le restavano poche ore per prepararsi a una nottata speciale, in uno degli hotel più belli di Trieste. Non sapeva cosa la attendesse, ma aveva intenzione di godersi appieno quelle ore di trasgressione, senza pensieri, senza ansie. Ma ora doveva prepararsi, avrebbe curato ogni minimo dettaglio, insomma, sarebbe stata bellissima.

Alle 21, puntuale come sempre, eccola lì, al bancone della reception, agitata come una quindicenne scappata di casa per una serata proibita. Era raggiante, le scarpe slanciavano la sua figura snella e rendevano il suo polpaccio estremamente sexy. Quando le aveva indossate si era sentita potente, aveva il mondo ai suoi piedi e poteva fare tutto ciò che desiderava: il potere di un magnifico paio di tacchi.
Aveva deciso di non esagerare col trucco, ma non aveva certo rinunciato al suo rossetto rosso laccato, lucidissimo: non vedeva l’ora che qualcuno glielo togliesse a furia di baci voraci.

Il concierge non riusciva a staccarle gli occhi di dosso mentre lei cercava il suo documento nella borsa. Nonostante l’agitazione e le mani che tremavano mentre cercava di estrarre la sua carta di identità, sentiva il suo sguardo fisso su di lei: e come dargli torto?

Espletate le formalità, Valeria ricevette una busta, sempre rosa shocking, che decise avrebbe aperto in ascensore, non voleva soddisfare la evidente curiosità dell’uomo di fronte a lei. Con la sua card ora poteva raggiungere la suite, all’ultimo piano.
Aveva tutto il tempo di leggere le ulteriori istruzioni. Si rese conto di essere sempre più eccitata.

«Benissimo. Ora entrerai nella suite e troverai dei bigliettini arrotolati. Su ogni nastro ci sarà un numero, saprai così con quale ordine eseguire i miei comandi. Devi fare molta attenzione, però: non potrai emettere alcun suono, neppure un gemito, pena la fine del gioco. E io avrei intenzione di giocare con te tutta la notte. Conto sulla tua obbedienza, non deludermi».

Un fremito di piacere la percorse da capo a piedi. Non era ancora entrata nella stanza, ma già sentiva l’eccitazione salire, sapeva di essere già fradicia di piacere. Quell’uomo sapeva suonare i tasti della sua fantasia per portarla a un piacere sempre più profondo e intenso.

Aprì la porta con estrema lentezza, come se avesse paura di guastare il momento tanto atteso. La suite era immersa nella penombra, c’erano solo candele sparse ovunque che mandavano tremuli bagliori. Un tavolino era subito lì, all’entrata, e sopra Valeria vide un cestino con alcuni foglietti arrotolati, come era scritto nella seconda lettera. C’era accanto al cestino un cestello del ghiaccio con una bottiglia di spumante, aperta, e due coppe già piene.

E poi lo vide. Lui era in fondo alla stanza, accomodato su una poltrona dagli alti braccioli. Indossava una camicia bianca e un paio di pantaloni scuri. Incontrò il suo sguardo e vi lesse un profondo desiderio, e una buona dose di divertimento. Lui la teneva in pugno, lo sapevano entrambi, e questa cosa li eccitava da impazzire.

Valeria si avvicinò al tavolino e cercò il biglietto con il numero uno, si rese conto, una volta trovato, che le sue mani tremavano così tanto da rendere faticoso lo sciogliere il nodo del nastro rosso che legava il biglietto.

La sua fatica venne finalmente premiata. «Ora togliti l’impermeabile e appendilo nell’armadio. non dovrai toglierti altro, per tutto il resto della serata». Questa istruzione era semplice da eseguire, anche se lei avrebbe preferito buttare l’impermeabile per terra e passare subito al biglietto numero due. Capì che era un suo modo per sospendere il piacere. Eseguì con calma gli ordini e, mentre si muoveva praticamente nuda per la stanza, per tornare al tavolino, sentì lo sguardo dell’uomo percorrere ogni centimetro della sua pelle.

Biglietto numero due: «Prendi le coppe di spumante e portale da me. Me ne offrirai una mentre tu berrai l’altra, tutta d’un fiato. Mi raccomando, lo sguardo basso. Non osare alzare gli occhi verso di me».
Come da istruzioni, si avviò verso di lui con le due coppe in mano, sperando di non farle cadere. Mentre avanzava percepì l’assordante silenzio che riempiva la stanza. Non c’era posto per alcun rumore.
Porse la coppa al suo uomo che le sfiorò appena le dita, procurandole quasi una scossa elettrica, tanto era eccitata. Bevve il suo spumante e si sentì subito più rilassata.

Tornò verso il tavolino, biglietto numero tre: «Apri il primo cassetto a destra del cassettone, troverai un dildo. Dovrai masturbarti di fronte a me, in piedi e in silenzio, assoluto silenzio. Attenzione, non dovrai arrivare all’orgasmo, ma dovrai fermarti un attimo prima, rimettere il dildo al suo posto e andare a prendere il nuovo biglietto. Ricordati di non alzare lo sguardo».
La situazione si faceva complicata, Valeria era così eccitata che temeva che anche solo la vista del dildo l’avrebbe fatta venire. Si chiese, rischiando di mettersi a ridacchiare, se fosse possibile per una donna, una volta tanto, fingere di non aver raggiunto l’orgasmo.

Non voleva interrompere quel gioco per nulla al mondo, quindi si armò di determinazione e andò a estrarre il sex toy dal cassetto. Era un dildo in vetro trasparente, bellissimo. Valeria lo prese, chiuse il cassetto e si posizionò davanti a lui. Divaricò le gambe, spostò il tanga e cominciò a masturbarsi, stando ben attenta a non farsi sfuggire il controllo della situazione. Il dildo entrò nella sua vagina senza alcuna difficoltà, era fradicia di desiderio. Nonostante la posizione scomoda, in equilibrio sui tacchi altissimi, l’eccitazione salì ancora di più. Riuscì a stento a non emettere alcun gemito, nonostante il piacere. Immaginava di avere il suo pene tra le mani e tra le cosce e fece appena in tempo ad accorgersi che era lì lì per venire. Si bloccò, a malincuore estrasse dalla sua vagina il sex toy, grondante dei suoi umori, lo ripose nel cassetto e, malferma sui tacchi, tornò verso il tavolino. Nel cestino c’erano ancora alcuni foglietti, Valeria si chiese quanto avrebbe dovuto aspettare per poter raggiungere l’orgasmo, ma non ebbe il coraggio di contarli. Le venne in mente una possibilità: conoscendolo, avrebbe potuto mettere anche più bigliettini rispetto alle istruzioni che aveva intenzione di impartirle, solo per disorientarla e lasciarla nel dubbio. Sapeva benissimo che i numeri la agitavano, e lui stanotte non la desiderava certo tranquilla.

Biglietto numero quattro: «Se sei arrivata fino a qui, sei stata proprio brava, ti meriti una ricompensa. Ora verrai davanti a me, ti inginocchierai tra le mie gambe, mi tirerai fuori il cazzo e me lo succhierai finché non deciderò di farti smettere. Continua a non alzare lo sguardo». Finalmente! Moriva dalla voglia di tenerlo in bocca e succhiarlo avidamente, immaginava che sarebbe stato gonfio per l’eccitazione, enorme e duro.

Valeria si avvicinò all’uomo, che sembrava non si fosse mai mosso, ed eseguì alla lettera anche queste istruzioni, con enorme piacere. Il suo membro non deluse le aspettative della donna, il gioco non aveva eccitato solo lei. Lo prese tutto in bocca, fino in gola, quasi volesse soffocare dal piacere. Lui rimase immobile per un tempo che a lei parve infinito. Sentiva il suo cazzo sempre più duro nella sua bocca, si stava godendo in pieno quel pompino quando si sentì prendere per i capelli per allontanare la sua bocca. Sperò che lui non si accorgesse della sua delusione, adorava fargli i pompini e avrebbe succhiato quel cazzo per ore. Si ricordò di tenere la sguardo basso, ma fece fatica quando cominciò a sentire le mani dell’uomo che la toccavano, con un’urgenza e una passione sempre più forte. Tenendola ancora per i capelli la fece alzare e si alzò anche lui.

La mise contro il muro, di spalle, le spostò il tanga, le mise una mano sulla bocca e la penetrò con forza, improvvisamente. Lei soffocò un urlo di sorpresa e piacere, finalmente la stava possedendo, con irruenza e foga, proprio come piaceva a lei.

Mentre la scopava con vigore le morsicava l’orecchio, le sue mani si insinuavano ovunque, le sue dita le stuzzicavano i capezzoli, turgidi per il godimento.

D’improvviso si interruppe, uscì da lei e la fece girare. Lei, memore delle istruzioni ricevute, anche se faceva sempre più fatica a mantenere la concentrazione e l’equilibrio su quelle bellissime ma altissime scarpe, tenne lo sguardo basso. Lui le mise una mano sotto al mento e le alzò il viso, in modo che lei potesse finalmente guardarlo negli occhi. La potenza del desiderio in quello sguardo la travolse come un’onda di piena, si sentì invincibile. Era lui che possedeva lei, o piuttosto il contrario?

Non riuscì a rimanere concentrata su quella domanda, lui cominciò a baciarla come se volesse divorarla, come se non avesse pensato ad altro tutta la sera.
La buttò sul letto, le scarpe volarono via, ormai avevano compiuto il loro dovere, lui ricominciò a scoparla con foga.

E quando lei ormai era sul punto di raggiungere l’orgasmo e sapeva che nulla avrebbe potuto fermarlo, lui avvicinò le labbra al suo orecchio e le disse le uniche parole di quella serata fantastica: «Sei il mio giocattolo, ora urla quanto vuoi».

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La monaca, pizzi peccaminosi

Napoli, inizi 1600 monastero di Santa Chiara.

Eccoci qui cara la mia Clarissa, ti scrivo questa lettera dopo averti vista al mercato con il cesto dei pizzi, ne avevi alcuni così belli e particolari che mi hanno davvero colpito. Li hai cuciti tu?Per il prossimo mercato del sabato me ne puoi fare uno nero a fascia di circa 10cm con due nastri di raso ai lati, si può? Te ne sarei davvero grato, pagherò bene.

Ferdinando preparò delle monete e le mise in un sacchettino di juta, inserendo all’interno anche un bigliettino, “Questo è il mio regalo per te”.

La Badessa consegnò a Clarissa la missiva e si accertò che iniziasse subito i preparativi per il pizzo, il convento aveva sempre bisogno di fondi. Clarissa quindi, tra una preghiera e l’altra, cuciva minuziosamente. La sua stanza era nel lato sud, quindi aveva una buona luce fino a sera. Inoltre aveva una splendida vista sulla campagna e in lontananza si scorgeva anche il casolare di Ferdinando, che aveva un fondo e un piccolo allevamento di cavalli. Arrivò il sabato e Clarissa uscì nel chiostro del convento per la consueta vendita settimanale dei pizzi. L’altro compito era quello di invitare i fedeli, dopo la messa della domenica, a lasciare frutta o verdura per il convento. Finalmente arrivò Ferdinando con il suo scaltro visino e un ammaliante sorriso, scese da cavallo e si avvicinò a Clarissa che, un po’ imbarazzata, gli consegnò il pizzo. Ferdinando velocemente, sollevando la manica dell’abito monacale, legò il pizzo all’avambraccio di Clarissa e le consegnò il sacchettino con le monete, le disse soltanto che si sarebbero rivisti il sabato successivo e galoppò lontano. Clarissa rimase ancora per le ultime vendite, muovendosi cauta e assicurandosi di non mostrare il pizzo sul braccio.

Aprendo il sacchetto delle monete per contarle, trovò il biglietto e si apprestò ad infilarlo nella manica sotto al pizzo legato, così arrivata in stanza avrebbe potuto leggerlo indisturbata. Consegnò l’incasso alla Badessa attenta a non destare sospetti. Finalmente sola, lesse il biglietto, guardò quel pizzo legato al suo braccio e ci fantasticò su, immaginandosi con i polsi legati o usandolo sul volto come maschera. Percepì salire dentro di lei una strana curiosità a riguardo, ma era in un convento. Era finita lì solo per volere della famiglia, poiché non volevano disperdere la dote, in favore del fratello maschio. In tal modo lui avrebbe potuto ottenere una posizione di maggior interesse da parte di nobildonne. Comunque pur senza fede o devozione le regole erano regole, e la Badessa aveva intenzione di farle rispettare. La settimana sembrava essere infinita, ma fortunatamente con il passatempo dei pizzi Clarissa riusciva a divertirsi. Creò cosi di nascosto un pizzo nero a mascherina, era molto giovane e aveva un fisico asciutto ma tonico, provò ad imbastire anche una veste con scampoli di raso e pizzo ma non avendo molto materiale a disposizione, la mise in un angolo nascosto dell’armadio per una prossima finitura. Ferdinando aveva preparato un altro biglietto: “Cara, spero il mio pensiero ti sia piaciuto, vorrei poterti vedere, se riuscissi a uscire con la scusa di recarti a casa, fammi avvisare dalla Badessa per il trasporto, ti accompagnerò con una delle mie carrozze.” Il sabato pomeriggio il chiostro era aperto al pubblico laico e verso sera arrivò Ferdinando. Portava farina e verdura in beneficenza, lasciò anche una stoffa per Clarissa e il sacchettino delle monete con il biglietto. I due, mentre Ferdinando porgeva la stoffa, si sfiorarono e con uno sguardo intenso e profondo si salutarono.

Clarissa si affrettò a controllare il sacchetto in juta e tolse subito il biglietto, che nascose rapidamente. L’indomani andò a colloquio con la badessa e chiese di poter tornare dalla famiglia, accompagnata dalla carrozza dei mezzadri a sud. La Badessa acconsentì allo spostamento della giovane, purché fosse soltanto per la giornata di giovedì. Con la stoffa consegnata, riuscì a finire la veste che aveva messo da parte. Quando si vestì per uscire dal convento se la infilò sotto la tunica, insieme al nastro di pizzo che legò al braccio. Ferdinando arrivò puntuale e partirono verso la casa di Clarissa, lungo il tragitto però fermò la carrozza in una radura, così finalmente i due riuscirono a stare soli. Subito Clarissa levò le vesti monacali per non destare sospetti nel caso qualcuno si avvicinasse alla carrozza e Ferdinando si sedette di fronte a lei. Protetti da quell’involucro, lui ammirava il colore perfetto della pelle di Clarissa, color perla, non uscendo quasi mai non poteva colorarsi. Aveva utilizzato anche un olio essenziale al limone dopo il bagno della sera. Si guardavano e sfioravano, avevano molto da raccontarsi quei due anche se si guardavano solamente, senza palare. Ferdinando notò la veste che indossava Clarissa, ricamata con minuzia di dettagli, e il pizzo al braccio che slacciò e utilizzò subito per legarle i polsi. Quel corpo così armonioso, bello e profumato faceva impazzire Ferdinando che abituato ad una vita di stalla e contadine sembrava toccare il cielo con un dito. La voleva, la desiderava… ma sapeva anche di dover far piano, per lei era la prima volta. Clarissa dal canto suo, ventenne, non aveva mai avuto occasioni, ma capiva che il desiderio di provare certi piaceri era più forte che rinunciarvi. Si sentiva infuocata e non sapeva bene come muoversi, per altro con i polsi legati… aveva ben poco da muoversi, ma accettò la sottomissione, e si lasciò baciare e leccare ovunque da quella bocca carnosa e affamata. La sua vagina pulsava e non aveva idea di cosa stesse succedendo, ma sapeva che non voleva smettere, Ferdinando le infilò le dita mentre con la lingua si divertiva a farla colare di piacere, era pronta, delicatamente si appoggiò piano con il suo membro forte e gonfio, Clarissa aprì le gambe più che poteva per fare spazio, non sentiva dolore, solo piacere e si rilassò lasciando che quel ragazzo così attraente si muovesse dentro di lei. Avrebbe voluto gemere o gridare di piacere ma si trattenne per non attirare l’attenzione di qualche passante. Ferdinando, poco prima di venire uscì dal grembo di Lei e le posò il suo membro pulsante al petto lasciandosi andare all’orgasmo.

Dopo qualche bacio si spostarono fuori dalla carrozza e si diressero a un ruscello non molto distante per rinfrescarsi.Giocarono e si schizzarono con l’acqua. Poco dopo, soddisfatti e sorridenti ripresero il viaggio verso la casa di Clarissa. Per un po’ la giovane si sedette con Ferdinando al posto di guida, così chiacchierarono, ma l’idillio non durò molto, la destinazione era in vista. Lei riprese posto all’interno della carrozza.

Dopo quella giornata in famiglia si doveva rientrare al convento, non c’era possibilità di fermarsi, era troppo rischioso, quindi veloci come il vento tornarono dalla Badessa con la promessa di rivedersi presto.

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Canchanchara

6 cl di rum
2 cucchiai di miele
1 cucchiaino di succo di lime
ghiaccio

Francesca mescolò il miele col succo di lime nelle tazza di terracotta, aggiunse il rum e qualche cubetto di ghiaccio e raggiunse Letizia, che la aspettava seduta sul divano.

«È semplicissimo da fare, non l’avrei mai detto! Già ti immaginavo far volteggiare lo shaker come un bartender da campionato… sono quasi delusa». L’amica sorrise, si sedette sul divano e con sarcasmo rispose: «Se vuoi posso far volteggiare la tazza… ma poi chi pulisce il divano? Comunque hai ragione, pensavo pure io che sarebbe stato complicato da fare, e invece è proprio una sciocchezza!»

«Questo non vuol dire che d’ora in avanti lo berremo sempre a casa, vero? Adoro uscire per l’aperitivo il venerdì sera…»
«Se avessi evitato di slogarti la caviglia cadendo da un banale scalino, a quest’ora saremmo in centro a bercelo con tutta calma!»

«Hai ragione Francesca, sono proprio un disastro! Anzi, ti ringrazio perché sei venuta a tenermi compagnia. Mi stavo annoiando a morte, chiusa in casa tutto il giorno!»

«A che servono le amiche, se non per bere insieme? Lo sai che non si può mai bere da sole! Adesso sentiamo un po’ se è all’altezza del nostro modello di riferimento…»

Le due ragazze assaporarono il loro cocktail in religioso silenzio, un silenzio carico di aspettative… Posarono le tazze quasi in contemporanea sul tavolino davanti al divano e si guardarono soddisfatte: esame passato!
Il connubio di dolce e aspro funzionava alla perfezione e il ghiaccio non dava alcun fastidio, anche se la serata invernale era particolarmente rigida. Ma il caminetto era acceso e il fuoco scoppiettava allegro, lasciando tutto il freddo fuori dalla stanza.

Letizia riprese in mano la tazza e anche il cellulare, facendo partire della musica.
«Dai che animiamo la serata! Ma credo che ne serva un altro di questi» disse agitando la tazza, vuota «Visto che sei così brava a farlo…»

Francesca non se lo fece ripetere due volte, finì anche il suo cocktail e tornò al bancone della cucina, per ripetere la magia. Stavolta fece un po’ più di fatica a concentrarsi, sentiva già la testa vuota e quella sensazione di leggera euforia che sempre accompagnava le sue bevute, soprattutto se cominciava a bere a stomaco vuoto. I freni inibitori, anche se lei ne aveva già pochi da sobria, si disattivavano e cominciava a ridere per qualsiasi cosa, non riuscendo più a smettere.

La missione fu comunque portata a compimento e dopo qualche minuto Francesca tornò al suo posto di combattimento, un po’ malferma sulle gambe ma decisa a godersi anche il secondo giro. Letizia la guardava con aria divertita, conosceva i segnali ormai: c’erano tutti i presupposti per una serata scoppiettante, tanto quanto quel caminetto davanti a loro.
Nel frattempo partì una delle canzoni preferite di Francesca, “Shape of you” di Ed Sheeran. Quando ascoltava quella canzone non riusciva a stare ferma, e ascoltarla da brilla era molto meglio. Bevve ancora un po’ del suo cocktail e si alzò in piedi, si tolse le scarpe e cominciò a ballare, lasciandosi trasportare dalle note sensuali e conturbanti della canzone. Letizia era invidiosa, con quella caviglia non poteva certo fare compagnia all’amica, anche se ne aveva una voglia matta. E, cominciò a pensare, non solo di ballare con lei. Si sorprese dei pensieri che cominciavano a frullarle in testa, non aveva mai guardato Francesca sotto quella luce e ora le pareva di vederla per la prima volta. I suoi movimenti non erano per nulla aggraziati, eppure la noncuranza che manifestava li rendevano sensuali. Sembrava una ragazzina. Si stupì della sua profonda voglia di baciare quelle labbra che non azzeccavano nemmeno una parola del testo.

Francesca si fermò un attimo per riprendere fiato, si tolse il vestito e rimase in reggiseno e perizoma, rossi, coordinati, come suo solito: aveva la mania dei completini intimi coordinati. Poi si girò verso Letizia e la sua espressione divertita cambiò improvvisamente. L’atmosfera nella stanza era mutata, la tensione sessuale si percepiva chiaramente, ora la sentiva anche Francesca.

Con uno sguardo carico di pensieri piccanti, e con tutte le intenzioni di metterli in pratica, si avvicinò all’amica che per forza di cose non poteva far altro che stare immobile sul divano, ma che era elettrizzata per quanto stava per accadere.

Si mise a cavalcioni su di lei, le scostò i capelli dal viso e cominciò a baciarla con tenerezza. Letizia aprì le labbra e le loro lingue cominciarono a godere di quel gioco nuovo tra loro, quasi proibito. I baci divennero sempre più appassionati, Francesca tolse la t-shirt all’amica e la aiutò a sistemarsi meglio sul divano. Ridacchiarono per la scarsa mobilità di Letizia, che era un po’ preoccupata di aggravare la sua slogatura. «Non pensarci» le disse Francesca slacciandosi il reggiseno e ricominciando a baciarla.

Letizia ne approfittò subito e cominciò a strizzarle i capezzoli, che si inturgidirono ancora di più. Francesca emise dei gridolini di piacere e ricambiò mordicchiandole le labbra carnose. L’atmosfera nella stanza era sempre più bollente, nonostante il fuoco nel camino fosse stato lasciato morire: c’era ben altro fuoco da attizzare.

E così si ritrovarono entrambe nude sul divano di pelle bianca, dimentiche di come fossero arrivate a quel punto. Si presero una pausa per finire il loro cocktail. Rimasero qualche secondo a fissarsi, le tazze in mano, vuote. Francesca mise i due recipienti sul tavolino, guardò l’amica per capire se fosse pronta ad arrivare fino in fondo e quello che lesse nei suoi occhi le piacque da impazzire: desiderio di trasgressione, di andare oltre i limiti, di provare nuove sensazioni.

Tuffò la testa tra le cosce di Letizia e trovò il suo clitoride già gonfio e turgido. Era fradicia, Francesca assaporò tutto il suo piacere, eccitandosi sempre più, man mano che sentiva con la sua lingua crescere l’eccitazione dell’amica. Cominciò a toccarsi, voleva raggiungere l’orgasmo insieme a Letizia, il loro primo orgasmo e chissà, magari anche l’ultimo.

Non sapeva se avrebbero ripetuto l’esperienza, e si stupì del fatto che non gliene importasse molto: voleva viversi quel momento speciale, che sarebbe rimasto un segreto, magico momento speciale tra loro.

Con questi pensieri che si agitavano tra loro raggiunsero entrambe l’orgasmo, intenso e profondo. Francesca si accasciò accanto a Letizia, che le fece un po’ di posto sul divano, e rimasero abbracciate, in silenzio, per un po’, come se avessero paura di interrompere con le parole quella serata perfetta tra amiche.

#distantimauniti

Non so più quanti giorni sono passati, sicuramente tanti. Credo un mese, ma forse di più. Il lavoro però ci tiene impegnati e questo fa da cuscinetto, per ammortizzare le mancanze. Dire che mi manchi è poco ma…

Finalmente tranquilla, ora posso inviarti le foto che preparai qualche giorno fa. seleziono la mia preferita…penso a quanto vorrei vedere la reazione che avrai nell’aprire il messaggio. Immagino il tuo splendido sorriso, un po’ sornione, e i tuoi occhi illuminarsi per quel gesto tanto banale, quanto intimo e profondo.

Per accompagnare l’immagine (anche se lasciava pochi dubbi), aggiungo un semplice : “ho voglia di te”…

La risposta, con sommo piacere non si è fatta attendere molto.

O maddoonnna….🐽🐽😍😍 con questa foto, se devo dire tutto, sarei anche già pronto per mettertelo dentro!

anche tu stupendomi, decidi di scambiare una tua immagine della situazione. La mia risposta: “Siiiii, quanto mi piace, avrei voglia di succhiarlo e leccarlo tutto da cima a fondo, senza lasciarne nemmeno un millimetro”.

“Vorrei essere lì, sopra di te, averti dentro, tutto, fino in fondo, morderti i capezzoli, per sentirti contrarre in un gemito di dolore e piacere. Vorrei leccarti le labbra socchiuse e lasciarti lì, in attesa della mia saliva che ti cola in bocca. Non vedo l’ora di morderti ovunque il petto, e il ventre per lasciarti i segni che tanto adori, sfogando così ogni mia tensione. Vorrei sentire la tua lingua scorrere ovunque sulla mia pelle tesa e desiderosa delle tue attenzioni; ed entrarmi dentro per darmi piacere, fino a riempirti la bocca di ogni goccia di me, sentirti godere per questo… come se ne avessi bisogno per dissetarti! niente lascerei per me… ti darei tutto, tutto ciò che vuoi” Insieme , ti invio il link del vibratore a distanza e accogli senza esitare la mia richiesta… accidenti sì, la mancanza dei baci, delle carezze, dei nostri corpi che si toccano e si intrecciano c’è, inequivocabilmente. Il tuo profumo, le mie mani dentro i tuoi capelli per trattenerti, per non farti scappare via… ma così, con questo nostro modo di interagire sembra che ogni metro si azzeri. Ti sento addosso come averti qui. Ti muovi dentro di me…

Mentre ti occupi di me con il vibratore ci scambiamo qualche messaggio di piacere e da quanto sono bagnata non impiego molto ad avere un intenso orgasmo. Da quello che dici anche per te è lo stesso… Ci scriviamo un po’, raccontandoci qualche scabroso dettaglio su cosa ci piace fisicamente e su alcune fantasie che vorremmo provare non appena ci rivedremo.

Questa tua immagine, che mi coglie un po’ di sorpresa, va però a colmare un mio vuoto… o meglio un desiderio mai espresso, ma che so mi appartiene molto profondamente.

Che follia dirsi queste cose, aprirsi l’uno all’altro senza barriere… ma quando qualcuno riesce ad essere la nostra magia è giusto assecondarla, non c’è sforzo e tutto arriva perché deve accadere.